IL MISTERIOSO NUBIUS

di Gianni Vannoni

Annali Eumeswil 2016 Il Mistero m(Versione PDF)

Nel 1846 Gregorio XVI incaricò Jacques Crétineau-Joly, che aveva scritto la storia della Vandea militare e quella della Compagnia di Gesù, di scrivere una storia delle società segrete.

Per questo lavoro erano messi a sua disposizione i documenti in possesso della Santa Sede, e veniva accreditato presso le corti di Vienna e di Napoli, affinchè potesse avere accesso ai loro archivi segreti. Un’occasione unica per uno storico; la storia si fa con i documenti e non vi è niente di più difficile che trovare la documentazione attinente alle società segrete, tanto più che si trattava di storia corrente, ancora magmatica e bruciante: il governo pontificio aveva messo la mano sui documenti di un membro dell’Alta Vendita italiana, l’organismo superiore che dirigeva le trame della carboneria, e questo colpo di fortuna si traduceva in materiale di inestimabile valore per il sagace Crétineau-Joly, storico acuto e brillante, eruditissimo, nonostante il suono infelice del suo nome e l’oblio di cui gode presso i posteri.

Ma il pericolo stava proprio nel valore della documentazione, e nell’argomento, che coinvolgeva troppe personalità, tuttora potenti e ben decise a non lasciarsi denudare in pubblico. Di ritorno da Vienna, dove conosce i primi ostacoli, malgrado la gentilezza del Metternich, presso il personale massonico della Cancelleria austriaca, Crétineau-Joly nel novembre si ritira a Genova, con l’intenzione di coordinare i suoi pensieri, le osservazioni e i materiali raccolti, e di rimanere quindi del tutto appartato dalla vita di relazione. Ma ecco che, appena sistemato nel suo modesto appartamento, gli si annuncia che monsignor Antonucci, nunzio apostolico presso la corte sabauda, chiede di vederlo. Il nunzio è al corrente del suo lavoro, e gli domanda se non abbia intenzione di far visita al conte Solaro della Margarita, ministro degli Esteri del re Carlo Alberto. Crétineau-Joly risponde negativamente, il nunzio allora dichiara che il re, apprezzandolo moltissimo per averlo letto, lo invita a sollecitare l’onore di salutarlo. Nuova risposta negativa. L’indomani torna alla carica un altro prelato, questa volta gesuita, con l’invito esplicito del re per un colloquio, per la sera stessa e in luogo appartato. Anche il re era al corrente del suo lavoro e del suo viaggio a Vienna. Crétineau-Joly non può esimersi.

All’ora stabilita un uomo avvolto in un ampio mantello e con il volto seminascosto da un cappellone a larghe falde si reca a prenderlo all’hotel per fargli da guida lungo le viuzze tortuose e oscure della vecchia Genova. Arrivati a destinazione, lo storico è introdotto in un salottino mal rischiarato, dove attende per qualche minuto la Maestà del re. Pallidissimo, Carlo Alberto si felicita delle precedenti opere e quindi entra in argomento.

– So che state lavorando adesso a un’opera non meno importante, ma molto più difficile. Avete da giudicare di avvenimenti e uomini poco conosciuti […]. Ho inteso parlare di certi documenti che un arciduca vi avrebbe mostrato. Si sussurra che questo orgoglioso principe Felix Schwarzenberg, che mi ha fatto tanto soffrire per le sue insolenze durante la sua ambasciata a Torino, ha avuto con voi, a Napoli e altrove, dei frequenti contatti. Mi si scrive da Vienna che egli vi ha fornito delle informazioni che in nessun tempo sarebbe opportuno pubblicare, e che, nelle circostanze attuali, sarebbero qualcosa di più che un’indiscrezione da parte vostra. Questi documenti che mi concernono, li avete davvero?

– Ne conosco forse qualcuno, Sire – balbettò Crétineau-Joly, con il tono involontario di un giurato che emette verdetto di colpevolezza.

Carlo Alberto mostra di accusare il colpo e riprende dopo una pausa:

Adesso che so come contenermi circa i disegni del governo imperiale a mio riguardo, voglio sperare, signore, che la vostra penna non si presterà allo scandalo che si attende da voi. Dio mi è testimone che non ho mai ambito alla popolarità che mi sopraggiunge e mi spaventa. Noi saremo evidentemente trascinati a una guerra italiana contro la Casa d’Austria. È in previsione di ciò che essa richiede un’opera nella quale io sarei messo alla gogna della storia.

Carlo Alberto usò un’espressione più dotta, «alle gemonie», scalinate da cui si gettavano anticamente i condannati a morte giustiziati in carcere, trascinandoli con degli uncini. Crétineau-Joly cercava di spiegare in termini ossequiosi che in realtà il committente dell’opera non era a Vienna, ma a Roma, e ne illustrava pacatamente le fasi e la concezione generale. Il re ascoltava con aria cupa e disattenta, in preda a un turbamento interiore che le parole del Crétineau-Joly, per quanto misurate, non facevano che accrescere.

Insomma – riprese, come interrompendo un monologo interiore – è un oltraggio diretto che voi preparate contro di me, e un oltraggio immeritato, non poggiando che sull’impostura.

A queste parole lo storico non può fare ulteriore buon viso, e tronca il colloquio in modo sostenuto:

– Non ho l’abitudine, Sire, di fondarmi sull’impostura. La mia opera avrà il torto, l’unico torto di essere vera. Conterrà forse su Vostra Maestà un giudizio che né l’onore di alcuna vittoria, né la pietà di alcuna disfatta potrebbero mai coprire.

Crétineau-Joly si congeda, e, accompagnato dalla stessa guida sconosciuta, ritorna nel suo appartamento. La mattina seguente il re è alla messa nella chiesa dei gesuiti, con tutta la corte. Lo saluta con un cenno della mano e gli manda il padre Guibert, rettore della casa dei gesuiti, che gli propone un incontro con il ministro Solaro. Il conte Solaro della Margarita, «uomo di una fede e di una lealtà antiche, servitore innocente di un Re colpevole, durante tre ore, nella cella del padre Gaillart, che faceva da sentinella alla porta, si sforzò di provarmi», narra Crétineau-Joly nelle sue memorie, «che degli uomini monarchici come noi dovevano seppellire certe verità nel più profondo del loro cuore; e senza discutere intorno alla colpevolezza del suo signore, mi chiese grazia per lui».

La risposta è sempre la stessa: la verità sopra tutto. Ma lo storico è anche un gesuita (gesuita nella mente, sebbene non ne portasse la veste) e vi è un mezzo infallibile per piegarlo: l’obbedienza.

Quando il 16 novembre 1846 Crétineau-Joly giunge a Roma, dal nuovo papa Pio IX, un dispaccio del governo subalpino lo ha preceduto. Vi sono illustrati gli inconvenienti di una simile storia delle società segrete, e la richiesta di interdirne la pubblicazione.

Pio IX si informa dei suoi viaggi e dei risultati ottenuti, lo assicura che i dossier sui complotti italiani sono stati preparati e lo indirizza al segretario di Stato, il cardinale Gizzi, e a monsignor Corboli-Bussi, con i quali deve mettersi d’accordo. Poi, tutt’a un tratto, si arresta come colto da ispirazione improvvisa, ed esclama: «È cosa grave, bisogna riflettere davanti a Dio. Andate a Napoli; parlate con il re e i suoi ministri. Frattanto pregherò ai piedi del Crocifisso. Qualsiasi risoluzione mi ispiri, promettetemi che la seguirete».

Tornato da Napoli, dove ha potuto concludere ben poco, dato che lo stesso confessore del re è affiliato alla carboneria, Crétineau-Joly si trova di fronte a un’amara sorpresa. Il pontefice abbandona il progetto; ha concesso un’amnistia ai carbonari e non trova opportuno che si pongano in stato di accusa dei personaggi che egli crede sinceramente pentiti. Tanto più che anche dal governo borbonico è giunto un dispaccio in cui sono esternati motivi di preoccupazione.

Carità di padre e dovere di principe – dichiara esplicitamente Pio IX nell’udienza concessa allo storico il 21 dicembre 1846 – si opponevano alla pubblicazione di un’opera che in quelle circostanze poteva offrire più di un pericolo.

Terminata la fase delle speranze e delle illusioni generose con il rovesciamento del trono pontificio, durante l’esilio di Gaeta si dà di nuovo il via al disincantato Crétineau-Joly, il quale rimette mano all’opera interrotta. La storia delle società segrete è quasi ultimata, e in parte stampata, quando lo si blocca nuovamente per un riguardo diplomatico dovuto alla famiglia dei Bonaparte, ritornata al potere in Francia. Basta: Crétineau-Joly prende le bozze di stampa e le getta alle fiamme.

Ma una parte del materiale raccolto per l’opera distrutta, verrà da lui impiegato in seguito nei due volumi de L’Église Romaine en face de la Révolution impressi a Parigi da Plon nel 1859.

«Opera composta su documenti inediti» avverte il frontespizio; ed è proprio da questa fonte che si viene a conoscenza della presenza e dell’azione del misterioso settario, che si cela sotto il nome di Nubius. Quest’uomo è una nube, il cui segreto non è stato squarciato per motivi analoghi a quelli che preclusero l’opera principale. Non è dato, cioè, il suo vero nome, poiché sotto lo pseudonimo di guerra si nascondeva l’identità di un membro di un’importante famiglia italiana.

L’Église Romaine en face de la Révolution fu approvata da un Breve di Pio IX; e una Nota ufficiale del segretario delle Lettere latine, monsignor Fioravanti, attestava che i documenti ivi prodotti provenivano dagli archivi del Vaticano, ed erano stati riscontrati da lui stesso sugli originali.

Apriamo dunque le pagine dalle quali ci balza incontro Nubius. Inviato a Roma per controbilanciare l’opera instancabile che il cardinal Bernetti conduce contro i settari per ordine di Leone XII, Nubius non ha ancora raggiunto il trentesimo anno della sua vita, e già gode di una grande celebrità nel mondo sotterraneo delle società segrete. Bello, ricco, eloquente, prodigo, affascinante, cinico e corrotto, non è meno prestigioso e beneamato nel gran mondo della società ufficiale.

Nell’Europa francofona Buonarroti e Voyer d’Argenson, Charles Teste e il generale La Fayette, Bazard e Saint-Simon, assicura Crétineau-Joly, lo consultano come l’oracolo di Delfi. Nell’Europa centrale e orientale i rivoluzionari più importanti e più introdotti, Tscharner, Heymann, Jacobi, Chodzko, Liéven, Pestel, Mouravieff, Strauss, Pallavicini, Driesten, Bem, Bathyani, Oppenheim, Klauss e Carolus lo interrogano sulla via da seguire in previsione di questo o quell’avvenimento, e lui risponde a tutti, per ciascuno ha un consiglio e una direttiva. La sua attività prodigiosa lo porta dovunque, talora per raffrenare, talaltra per ravvivare lo zelo dei cospiratori, organizzando in ogni luogo un complotto permanente contro il trono e l’ altare. Il fascino che esercita sui cuori femminili non è l’ultima delle sue risorse, poiché valuta l’utilità dell’amore ben più che le sue dolcezze. Ma anche presso severi cardinali gode di entrature e relazioni. È per questo che si decide di inviarlo a Roma, dopo anni trascorsi in viaggi e piaceri. Non vi ha mai soggiornato ufficialmente, il momento è venuto di situarvelo, poiché dal Conclave è emerso vittorioso il candidato della linea dura, il papa degli ‘zelanti’, Annibale Sermattei della Genga. Nubius deve capovolgere la situazione. La sua è un’impresa di grande ambizione e di lunga durata. Il 3 aprile 1824 scrive in questi termini a un altro congiurato, che si cela sotto il nome convenuto di Volpe:

Le nostre spalle sono state caricate di un pesante fardello, caro Volpe. Dobbiamo fare l’educazione immorale della Chiesa [pedofilia] e arrivare, con piccoli mezzi ben graduati benché assai mal definiti, al trionfo dell’idea rivoluzionaria per mezzo di un papa. In questo progetto, che mi è sempre sembrato di un calcolo sovrumano, noi procediamo ancora a tentoni; ma non sono ancora due mesi che mi trovo a Roma, e già comincio ad abituarmi all’esistenza nuova che mi è stata destinata. Prima di tutto, devo mettervi a parte di una riflessione mentre siete a Forlì a rialzare il coraggio dei nostri fratelli: ed è che, sia detto fra noi, trovo nei nostri ranghi davvero troppi ufficiali e non abbastanza soldati. Vi sono alcuni che se ne vanno misteriosamente o sottovoce a fare al primo passante delle semi-confidenze che non tradiscono niente, ma che, a delle orecchie intelligenti, potrebbero benissimo far tutto indovinare. È il bisogno di ispirare timore o gelosia a un vicino o a un amico che porta qualcuno dei nostri fratelli a queste indiscrezioni colpevoli. Il successo della nostra opera dipende dal più profondo mistero, e nelle Vendite dobbiamo trovare l’iniziato, come il cristiano dell’Imitazione, sempre pronto ad amare di essere sconosciuto, e non essere contato per niente. Non è per voi, fedelissimo Volpe, che mi permetto di formulare questo consiglio; non presumo affatto che voi ne abbiate bisogno. Come noi, voi dovete conoscere il valore della discrezione e dell’oblio di sé stessi di fronte ai grandi interessi dell’umanità; tuttavia, se facendo l’esame di coscienza vi sembrerà di avervi contravvenuto, vi pregherei di pensarci bene, perché l’indiscrezione è la madre del tradimento.

Vi è una certa parte del clero che abbocca alle nostre dottrine con una vivacità meravigliosa: è il prete che non avrà mai altro impiego all’infuori di quello di dire la messa, altro passatempo che quello di aspettare in un caffè che suonino due ore dopo l’Ave-Maria per andare a dormire. Questo prete, il più grande ozioso di tutti gli oziosi che ingombrano la città eterna, mi sembra creato per servire da strumento alle società segrete. È povero, ardente, disoccupato, ambizioso; sa di essere diseredato dei beni di questo mondo; si crede troppo lontano dal sole delle protezioni per potersi riscaldare, e rabbrividisce nella sua miseria mormorando contro l’ingiusta ripartizione degli onori e dei beni della Chiesa. Noi cominciamo a utilizzare questi sordi malumori che la naturale incuria osava appena confessare a sé stessa. All’ingrediente di questi preti locali senza funzione e senza altro carattere che un mantello e un cappello stracciati e informi, aggiungiamo per quanto è possibile una mistura di preti corsi e genovesi che arrivano tutti a Roma credendo di avere la tiara nella valigia. Da quando Napoleone ha visto il giorno nella loro isola, non c’è uno di questi corsi che non si creda un Bonaparte pontificio. Questa ambizione, attualmente molto diffusa, ci è stata favorevole; ci ha aperto delle vie che probabilmente sarebbero rimaste sconosciute per molto tempo. Ci serve a consolidare, a illuminare la strada che battiamo, e i loro lamenti, arricchiti di tutti i commenti e di tutte le maledizioni, ci offrono dei punti di appoggio ai quali non avremmo mai pensato.

La terra fermenta, il germe si sviluppa, ma la messe è ben lontana ancora.

Nubius non perde tempo. In altre lettere, scritte nello stesso periodo, si può constatare come, grazie alla sua abilità e al suo nome, si sia creato in Roma una posizione al di sopra di ogni sospetto. «Io passo – scrive all’ebreo prussiano Klauss – qualche volta un’ora alla mattina con il vecchio cardinal della Somaglia, il segretario di Stato; monto a cavallo sia con il duca di Laval, sia con il principe Cariati; vado, dopo la messa, a baciare la mano della bella principessa Doria, dove incontro assai spesso il bel Bernetti: di là corro presso il cardinal Pallotta, un Torquemada moderno che fa abbastanza onore al nostro spirito d’invenzione; poi visito nelle loro cellette il procuratore generale dell’Inquisizione, il domenicano Jabalot, il teatino Ventura o il francescano Orioli. La sera, ricomincio presso altri questa vita di ozio così ben occupata agli occhi del mondo e della corte; il giorno dopo riprendo questa eterna catena. (Qui questo si chiama far marciare le cose). In un paese dove l’immobilità sola è una professione e un’arte, bisogna ammettere che malgrado ciò i progressi della causa sono sensibili. Non contiamo i preti conquistati, i giovani chierici sedotti, non lo potremmo, e non lo vorrei; ma ci sono degli indizi che non credo possano ingannare occhi esercitati, e si sente da lontano, da molto lontano, il movimento che comincia. Per fortuna non abbiamo in dote la irrequietezza dei francesi. Noi vogliamo lasciarlo maturare prima di utilizzarlo. È il solo mezzo di agire a colpo sicuro. Voi mi avete parlato spesso di un aiuto, quando il vuoto si fosse fatto sentire nella borsa comune. L’ora è arrivata, a Roma. Per lavorare alla futura confezione di un papa, noi non abbiamo più un papalino, e voi sapete per esperienza che il denaro è dappertutto, e qui principalmente, il nervo della guerra. Io vi dò delle notizie che vi andranno dritto all’anima; in cambio mettete a nostra disposizione dei talleri, molti talleri. È la migliore artiglieria per battere in breccia il seggio di Pietro».

Secondo Crétineau-Joly l’opera di Nubius – caduto in preda a una vecchiezza precoce, alla quale non fu forse estranea la somministrazione di qualche veleno insidioso – non venne proseguita dalle società segrete, e si spense insieme alle sue facoltà mentali. Crétineau-Joly era un uomo all’antica, e non poteva ammettere l’idea per lui assolutamente folle di un papa votato all’Anticristo, che avrebbe ridotto il cattolicesimo a una sorta di essoterismo massonico, a una maschera dipinta dalle società segrete. Perciò il caso Nubius era da archiviare, dopo averlo debitamente registrato.

Tuttavia il progetto di Nubius, «arrivare al trionfo dell’idea rivoluzionaria per mezzo di un papa», non sembra affatto archiviato.

Nel Conclave che seguì alla morte di Leone XIII, la probabile elezione di un papa affiliato alla massoneria fu impedita dal veto dell’imperatore d’Austria, comunicato ufficialmente dal cardinale Kniaz de Kolzielsko Puzyna. Secondo la tradizionale interpretazione della Seconda Lettera ai Tessalonicesi, in cui si legge che qualcosa impedisce l’avvento dell’Anticristo, «quel che lo trattiene» (katéchon) sarebbe appunto l’Impero. Nel 1914, con l’assassinio dell’erede al trono, si scatena la guerra mondiale, che Benedetto XV definisce «inutile strage». Ma la strage non è inutile, perché spazza via l’ostacolo che sbarrava la strada alla manifestazione dell’Anticristo, cioè l’Impero degli Asburgo. Non sarà la signora Merkel a impedire che il progetto di Nubius vada a buon fine. Nel 2013 papa Ratzinger viene costretto a mettersi da parte e al suo posto viene eletto Bergoglio, che nel 2015 mostra sorridendo ai mass-media di tutto il mondo l’immagine del Cristo inchiodata sulla falce-e-martello. Il simbolo del comunismo ha sostituito la croce, l’idea rivoluzionaria trionfa per mezzo di un papa.

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