Omaggio a Ernst Jünger

di Piero Buscioni

OMAGGIO A ERNST JÜNGER” di Piero Buscioni

Non credo esista uno scrittore che più di Ernst Jünger abbia attraversato il Novecento, quasi cavalcandolo, quasi incarnandolo nella sua opera e, inscindibilmente, nella sua vita. I suoi stessi estremi cronologici – nasce nel 1895 e muore, alla età di centotré anni, il volto misteriosamente indenne dalle ingiurie del tempo, nel 1998 – contribuiscono a far di lui un autentico mito (dunque non nel senso massmediatico ed anodino per cui, ormai un pò dappertutto, spuntano ‘miti’ come funghi), una figura patriarcale e prometeica che non soltanto irradia il Ventesimo secolo, ma conduce oltre.

Ci sono autori che informano, altri che formano, altri ancora che trasformano il lettore. A quest’ultimo, esiguo ed eletto novero appartiene Jünger. Quando, eoni fa, lo lessi per la prima volta, sentii dentro come un’esplosione. Una deflagrazione salutifera che mai ha cessato di portar salute. Jünger non consola: guarisce. La sua titanica, multiforme opera è come un frangiflutti indistruttibile eretto contro i marosi e gli tsunami del tempo. La lettura del gran tedesco è illuminante: da essa non si torna indietro. Essa ci tira fuori dalla ‘palude Stigia’ del nichilismo. La sua prosa lucente ed alata, il suo stile aristocratico e preclaro, la sua parola alta e adamantina sono un balsamo per l’anima, potente antidoto per ogni veleno. Sono, infine, un viatico per l’altrove. Come al custode di una sapienza arcana, come a un Virgilio del Novecento, e quindi non come a un mero intellettuale, ad Jünger potremmo rivolgere questioni di vita e di morte. Quando tremano le vene e i polsi, quando in gioco è il nostro stesso destino, non di un retore, non di un accademico, non di uno studioso necessitiamo, ma di un saggio, di un illuminato. Di uno scrittore che sia anche un maestro. Necessitiamo di Jünger. (Per inciso, a fronte di un esercito di scriventi, quanti pochi maestri vi sono in Italia! Nell’Italia di questi holderliniani tempi di povertà; si contano sulle dita della mano). E non solo per l’appena evocata povertà dei tempi, ma perché i poeti, latu sensu, e con loro i filosofi – forse questi ultimi in misura ancora maggiore – hanno da esser rari, da esser felicemente pochi. Jünger, il taumaturgo, sana, opera prodigi, indica vie nella tormenta perché attinge a sostanziali riserve di trascendenza. La questione è, in un certo senso, molto semplice.

Che la guerra sia una gran brutta cosa non v’è chi non lo sappia. Jünger, ferito quattordici volte nelle «tempeste d’acciaio» della Prima guerra mondiale, ne conosceva tutto l’orrore. Tra i mali del mondo è, la guerra, il più patente, il più voraginoso male. Eppure, attraverso gli occhi d’aquila dello scrittore tedesco, nietzscheanamente scrutanti l’abisso, dell’abisso e dall’abisso della guerra intravediamo l’oltre. Jünger è stato un eroe non solo in virtù di gesta leggendarie, ma perché è rimasto uomo seppur confitto nell’infera e demonica esperienza bellica; e si è anzi, per tramite di essa, iniziato al trascendimento del meramente umano. Questo è per noi, felicemente immuni da morbi ideologici, un eroe. Mentre, per inciso, non ci sentiamo di tributare omaggi né al disertore che salva la propria vita lasciando morire gli altri, né a chi scelga la professione del soldato per i suoi lauti compensi e nella paradossale speranza che non ci siano guerre e che, quando una guerra c’è e vi trova la morte (magari per incidente stradale, roba che neanche in un racconto di Sartre), viene poi celebrato come eroe. Nelle tempeste d’acciaio è uno straordinario libro sulla Grande guerra. Una possente testimonianza di quell’esperienza, verso la cui fine leggiamo: «Sulla strada di Mory avevo già sentito la mano della morte, ma questa volta essa stringeva più forte e più decisa. Mentre crollavo pesantemente sul fondo della trincea, ebbi la certezza di essere definitivamente perduto. Eppure, cosa strana, quel momento è stato uno dei rarissimi nei quali possa dire di essere stato davvero felice. Compresi in quell’attimo, come alla luce di un lampo, tutta la mia vita nella sua più intima essenza (…) Sentii, piano piano, i colpi indebolirsi, come se stessi affondando sotto la superficie di un’acqua scrosciante. Dove ora mi trovavo, non v’erano più guerra, né nemici». Agli scienziatini che, per spiegare un’esperienza simile, saputelli ciarlano di meri processi biochimici, non obiettiamo nulla, perché nulla capirebbero. Semplicemente li lasciamo sguazzare nelle loro misere verità.

Da annoverare tra i capolavori jüngeriani – e, senza ombra di dubbio, tra i capolavori del ‘900, ancorché di un ‘900 non molto conosciuto – è il breve, intensissimo romanzo Sulle scogliere di marmo. Ma forse romanzo non è la definizione giusta. Siamo di fronte ad una sorta di sogno iniziatico, di potente e altresì profetica allegoria che ha la durezza della pietra e il tremolio delle foglie. E’ un concerto di visioni, di rapinosi sguardi gettati sull’eccelso e sul terrifico, adombranti il nazismo e più universalmente il male che mina l’Occidente ed il mondo; ma che non ha, non può avere l’ultima parola. E se l’atra figura del Forestaro può richiamare Hitler (come ha dichiarato lo scrittore) o Göring o finanche Stalin, e con loro, aggiungiamo, ogni principe del mondo e della tenebra, amiamo immaginare che Jünger stesso somigli, oltre a colui che racconta la storia, a fratello Ottone, il quale «denominava volentieri gli uomini gli ottimati, per accennare in tal guisa che ciascuno di essi è partecipe (…) di una innata nobiltà, e ciascuno di essi può quindi apportare i supremi doni. Egli li considerava quali vasi atti a contenere ogni meraviglia e riconosceva loro, come a persone altissime, diritti principeschi. Veramente io vidi tutti coloro che gli si avvicinavano dispiegarsi, simili a piante che si ridestano dal sonno invernale: non già che divenissero migliori, sibbene divenivano meglio se stessi».

Vorremmo poter chiosare, poter citare fino alla vertigine brani da portentose opere come il diario di guerra – da Jünger tenuto tra il 1941 e il 1945 nel suo rango di capitano della Wehrmacht – che ha nome Irradiazioni, ed è una miniera letteraria e sapienziale affatto eccedente i consueti limiti del genere diaristico. Lo comprovano passi come questo: «L’opera deve raggiungere una fase nella quale essa diventa superflua, in quanto traspare l’eternità».

Più si avvicina all’apice del bello e del vero, più entra nella sfera di invisibili altezze, e sempre meno doloroso diventa il pensiero della sua fine, come opera d’arte, come simbolo fugace. Lo stesso vale anche per la vita in genere. Dobbiamo raggiungere un punto nel quale essa possa passare facilmente, osmoticamente, nel quale essa «meriti la morte».

«I corpi sono calici; il senso della vita sta nel riempirli di essenze sempre più preziose, di balsamo per l’eternità. Se questo si effettua nella misura piena, non importa se essi si infrangono». O ancora: «Ci sono sempre alcuni pochi, troppo nobili per la vita. Cercano il bianco, la solitudine. La nobiltà di questi esseri, che si puliscono con la luce dal sudiciume, risalta spesso in maniera bellissima sulla loro maschera mortuaria. Ed infine: «Ciò che io amo nell’uomo è la sua essenza al di là della morte, e la comunanza con lei. L’amore qui non è altro che un opaco riflesso».

La capitale chiosa alla parola di Nietzsche ne Il crepuscolo degli idoli, l’aforisma divenuto di uso comune «Quel che non mi uccide mi rende più forte», Jünger lo perfeziona così: «E quel che mi uccide mi rende immensamente forte». Ho alluso, citando, alla concezione che Jünger ha dell’opera d’arte. Essa, scrive in un mirabile saggio intitolato Lo scarabeo spagnolo (lo scrittore era, tra l’altro, entomologo), «è transeunte, ma attesta qualcosa d’immortale. Tutte le immagini visibili sono olocausti, sono servizio liturgico nell’ambulacro che conduce a un’immagine invisibile». Del resto «Tutto ciò che è estimabile e valutabile vive dell’inestimabile, così come tutto ciò che è visibile vive dell’oscurità, ogni misura vive dell’incommensurabile, ogni sentiero vive della foresta selvaggia, e di silenzio ogni parola».

E quando Jünger parla della morte – il convitato di pietra d’ogni banchetto progressista – sembra che davvero ne sappia qualcosa. Di tale sapienza visionaria, di tale sguardo acuminato leggiamo a formidabile specimen una prosa intitolata Alla stazione di dogana e compresa ne Il cuore avventuroso, un corrusco florilegio che annoveriamo tra i più straordinari libri dello scrittore tedesco. La tanatologia jüngeriana non è quella di un intellettuale o di un mero lirico. È, repetita juvant, quella di un maestro. Egli ci racconta qualcosa che intuisce o addirittura che sa, che intravede come da una rutilante cortina di fuoco.

Ma è Trattato del ribelle, apparso nel 1951, il suo libro forse più cruciale e liberante. Uno di quei rari libri che puoi portare, come una fiaccola di luce inestinguibile, che puoi brandire, come una spada luminosa nelle tenebre. In esso il poetico, il filosofico e finanche il teologico – del tutto aconfessionalmente o, meglio, superconfessionalmente declinato – si abbracciano. Divengono uno. In esso si delinea la grandiosa figura del Ribelle, del Waldgänger, ossia colui che passa al bosco, che si dà alla macchia, letterale o metaforica, voltando per sempre le spalle alle strutture coattive del potere e del mondo. Nel tardo romanzo Eumeswil sarà l’Anarca, che trascende ad infinitum la società, laddove l’anarchico non sa che definirsi in opposizione ad essa, rimanendone fatalmente schiavo ed infine asfissiando nel suo materialismo.

Il Ribelle jüngeriano conosce il nichilismo ma lo supera, cavalcandolo come cavalcasse una tigre; solca i mari estremi senza che il maelstrom lo risucchi; legge i fonogrammi del cielo, li trascrive; interroga le stelle ed esse gli rispondono; come Anteo trae la sua forza dalla madre terra; è l’uomo libero e sovrano tra plétore di schiavi; è il vulcano in un pianoro di codardi.

Il Ribelle non abbisogna d’essere istruito sui diritti, perché sa, dell’uomo, l’essenza inviolabile ed eterna; così come non ignora la sua abiezione e la sua tenebra; il suo volto demoniaco. Chiare gli sono la magia e la sacralità, che irrorano il cosmo e la natura tutta. Il Ribelle scopre in se stesso tesori surreali. Non teme i principi di questo mondo, anzi li abbatte, con armi forgiate in un crogiolo trascendente, con poteri attinti dai più segreti penetrali dell’essere e della propria anima. Il Ribelle non paventa la morte e in tal guisa glorifica la vita. Sa, il Ribelle, che a un passo dall’annientamento c’è il trionfo.

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