Il Destino di Karmyn-Ha

di Gianni Vannoni

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1

Tutti credevano che fosse andato in licenza, invece era partito per il Mesocosmo. Gli era stato affidato un compito non facile, una missione scientifica rigorosamente segreta. Erwin Laun si guardò intorno: gli altri passeggeri erano immersi nel sonno. Allora accese il lume-anello che portava all’anulare della mano sinistra e lo avvicinò al volto. Un breve raggio verde brillò nella penombra dell’astronave. Aveva poco più d’un oz di spazio-tempo per mutare il colore prima di scendere a Berenstadt, la capitale del pianeta Karmyn-ha. Chiunque avesse posato gli occhi su di lui avrebbe ignorato che proveniva dal Mondo 48 e non si sarebbe posto troppi interrogativi sulla sua presenza in quel luogo, dove tutti avevano la pelle verde. Nonostante il Trattato di non aggressione stipulato nell’anno 4816 del Quinto Eone, gli scambi di merci tra sistemi diversi erano ancora rarissimi e presso i karmyniti sussisteva una pericolosa inclinazione alla xenofobia. Gli venne in mente di rimandare l’abbronzatura a più tardi, in albergo, dove avrebbe potuto disporre di uno specchio. Sarebbe bastato fare samyama sulla forma corporea e renderla invisibile. Ma poi sorrise e andò avanti con il lume-anello, perché si rese conto di quanto fosse problematico richiamare l’attenzione di un tassista e raggiungere un albergo senza essere visibile.

Quando scese dalla scaletta dell’astronave con il volto abbronzato in verderame, venne subito accolto dall’abbraccio d’argento delle brume di Berenstadt, che irritò la sua mucosa nasale. Starnutì più volte. Per un’elementare norma di prudenza non prese il primo taxi della fila, ma il quarto.

– Perché ha scelto proprio me? – gli domandò il tassista, parlando con una voce in cui si percepiva l’accento della paura.  

– Mi è piaciuta la sua faccia, di un bel verde pistacchio – rispose il maggiore.

– Anche lei sarebbe un po’ pallido – asserì in modo brusco il tassista – se avesse subìto tre rapine come le ho subìte io.

Laun gli batté la mano sulla spalla.

– Stia tranquillo, non ho nessuna intenzione di rapinarla. Mi porti al Rif.

Si sistemò in una suite al quindicesimo piano. Magnifica vista sulla città, i cui pinnacoli svettavano con i loro anelli d’oro, nell’azzurro dilagante sopra la coltre di nebbia. Laun puntò il binocolo e gli balzarono incontro le ciminiere della raffineria runica, incoronate di fiamma. Lo stabilimento era in piena attività. Per tre volte il suo sguardo si fermò su quei culmini scarlatti. Laggiù le rune venivano raffinate e perdevano il grezzo dualismo che le divideva in positive e negative. I flussi archetipici di produzione mesocosmica erano infatti privi di negatività; e il prodigioso segreto che doveva scoprire era proprio questo: la formula che azzerava ogni emozione negativa. La missione veniva considerata di livello supremo dallo Stato Maggiore, poiché delle truppe divenute indifferenti di fronte ad ogni evenienza, anche la più tragica, sarebbero state potenzialmente invincibili.

Dopo aver avvistato le fiamme lontane della raffineria, Laun depose l’apparecchio, e lo sguardo nudo fu attratto da una piuma bianca, che si librava nell’aria davanti a lui. La sua bianchezza quasi irreale lo colse di sorpresa. Non sapeva che nel salone del diciottesimo piano si celebrava una cerimonia cultuale della dea Frella, a cui veniva sacrificato un candido galletto. Quando prese l’ascensore incontrò una sacerdotessa del culto, di una bellezza straordinaria, che fissò gli occhi viola nei suoi e gli sorrise. Era ancora madida di sudore e Laun pensò che fosse una danzatrice; indossava una tunica bianca, il cui spacco laterale lasciava intravedere le gambe agili e slanciate.

– Se me lo permette vorrei presentarmi: Erwin…

– Piacere – disse la sacerdotessa – io sono Quiva Oshura.   

2

Il ministro della Sanità si trovava sul campo da golf insieme al professor Khrukpe: i due illustri personaggi giocavano una partita a quattro con Selma Sokolov e Ab Lefner, direttore del dipartimento di farmacologia del ministero.

Il volto assolutamente imperturbabile del ministro, il quale doveva a Khrukpe la sua laurea tardiva, ma honoris causa, non fece una piega nell’osservare la pallina, lanciata da Lefner, che rotolava oltre la buca. E nemmeno il lettore alzerà un sopracciglio, se gli diremo che sia il pessimo lanciatore sia la sua assistente furono più reticenti di due pesciolini e non fecero parola del reale motivo per cui si trovavano lì. Avevano ricevuto l’ordine di non parlare con nessuno del viaggio intrapreso dal maggiore Laun. Il ministro Milig avrebbe dovuto essere uno strumento inconsapevole nelle loro mani, né più né meno di una mazza da golf.

A ogni colpo la struttura anatomica di Khrukpe  scricchiolava sinistramente, mentre Milig usava sempre la mazza più leggera, perché l’articolazione del braccio era compromessa da un’anchilosi incipiente. Di fronte a loro i due portasacche stavano con le antenne ciondoloni, ma conservavano comunque un’apparenza più compatta, favorita anche dalla bassa statura fisica. Khrukpe, invece, era alto; e il ministro sembrava un elefante che si fosse perduto nella giungla. In effetti era passato già due volte da un partito all’altro, e rischiava di non raccapezzarsi più sul sentiero da prendere in prossimità delle elezioni.

Mentre Selma Sokolov declamava alcuni versi di un poeta del Quarto Eone, che aveva cantato memorabili imprese, Milig si accingeva a terminare la partita. Con uno strattone dell’anca sinistra, Selma gli mostrò come si doveva colpire. Nella pupilla smerigliata del ministro balenò un debole riflesso di luce. Sferrò il colpo perfettamente. La pallina rotolò sull’erba rasata, rapida e precisa come un gingillo radiocomandato, per scomparire infine dentro la buca con un dolcissimo plop.

Una bella partita, in cui si rifletteva con il massimo rigore il dramma dell’incomunicabilità umana, o per meglio dire marina. I karmyniti infatti non si definivano umani, bensì marini, perché  riconoscevano la propria origine dall’acqua e non dalla terra. Nel loro pantheon Frella, nata dalla spuma del mare, era venerata come dea della fertilità.

3

– Non ho compreso il suo nome – disse Quiva.

– Erwinder, Def Erwinder – asserì il maggiore, perfettamente affabile, pronunciando il suo nome di copertura – ma Erwin per gli amici.

– Noi siamo già amici? – domandò con un sorriso la donna dagli occhi viola.

– Spero di sì.

– Lei soggiorna abitualmente al Rif?

– Tutte le volte che vengo a Berenstadt.

– E ci viene spesso?

– Meno di quanto vorrei…

Le porte dell’ascensore si aprirono ed uscirono nella hall, dove Quiva lo salutò, congedandosi.

– Potrò rivederla? – domandò il maggiore. 

– Vengo qui ogni venere – rispose.

Venere era il primo giorno della decade. Su Karmyn-ha i giorni portavano i nomi degli astri in questa successione: venere, mercurio, saturno, marte, giove, nettuno, urano, plutone, vulcano e sole.

Era cominciato a piovere e Quiva Oshura s’infilò rapida in un taxi. Il maggiore Laun domandò informazioni a un facchino dell’albergo e venne a sapere che il primo giorno della decade si poteva assistere, nel salone del diciottesimo piano, a una cerimonia della religione karmynitica, alla quale partecipava Quiva Oshura, sacerdotessa della dea Frella.

Nei giorni seguenti si dedicò alla ricerca di un appartamento, che affittò con il nome di Def Erwinder, ma il venere ritornò al Rif e salì al diciottesimo piano.

 Sul pavimento del salone era stato tracciato un grande cuore di polvere rossa. I fedeli, vestiti di bianco, erano a piedi nudi. Anche il maggiore Laun si tolse le scarpe, poi lasciò cadere sul cuore un gettone d’oro, che aveva acquistato all’ingresso. Altri visitatori fecero lo stesso, finché il cuore fu tutto ricoperto d’oro. Un karmynita di alta statura trasse le mani dal mantello azzurro, in cui era avvolto, e le portò in avanti con un grido gutturale. A quel segno i musici iniziarono a battere sui tamburi, prima lentamente, poi con ritmo sempre più veloce, ed apparvero le sacerdotesse, tra le quali Laun riconobbe Quiva Oshura. Dopo aver danzato intorno al cuore, raccolsero graziosamente i gettoni d’oro, deponendoli in tazze d’argilla nera, e si allontanarono. Il karmynita con il mantello azzurro, che aveva dato inizio alla cerimonia, sgozzò un galletto bianco e irrorò di sangue il cuore tracciato sul pavimento con la polvere rossa. Poi il galletto fu esposto alla finestra: un falco venuto dal cielo lo ghermì. Ciò era di buon auspicio e i musici sottolinearono l’evento con un ritmo gioioso, che si andò spegnendo lentamente, sempre più ovattato. La cerimonia terminava così. Allora Laun si rimise le scarpe ed uscì.

Se quello che aveva visto non era proprio di suo gusto, che importanza poteva avere? La sua attenzione era tutta presa dall’avvenenza di Quiva Oshura. Nel momento in cui i loro sguardi si erano incontrati, lei aveva fatto un lieve cenno del capo, continuando a danzare; e Laun l’aveva interpretato come una risposta affermativa alla tacita domanda, espressa dalla luce del suo volto senza antenne.       

4

Quella sera Ab Lefner era uscito dal laboratorio di farmacologia con le antenne tese, poiché l’esperimento non si era svolto nel modo previsto. Non aveva neanche un po’ d’ appetito. Ma dopo una lunga camminata, il suo sguardo si posò sui deliziosi ospiti dell’acquario, che costituiva la parte più interessante della vetrina. Il moto e il freddo avendo risvegliato il desiderio di mangiare qualcosa, decise di entrare nel ristorante.

Era un ambiente stretto e profondo, arredato con tavoli neri e poltroncine rosse. Nero il pavimento e rosse le pareti. Quadri astratti. Prese posto a un tavolo e la cameriera gli portò il menu. Un asterisco indicava i piatti più prelibati. Cucina esotica. Nettuno. Vi dette un’occhiata rapida e poi osservò la ragazza. Non era né bella né brutta, ma forse più brutta che bella. Il viso triangolare con la lunga coda, gli occhi grandi e un convenzionale sorriso, ravvivato da un dente più grosso degli altri, che sporgeva un po’ fuori dalla fila, davano alla sua figura un aspetto vagamente equino. Si mise ad illustrare alcune pietanze in modo stentato; e lui, per abbreviare lo sforzo penoso di ascoltarla, ne scelse una qualunque.

Dopo che ebbe mangiato il filetto di pesce stella su letto di alga rossa, lei domandò se volesse qualcos’altro.

– Sì, vorrei il conto e il tuo numero di phone – rispose Lefner.

Chissà poi perché lo disse. Non lo diceva mai. Lei se ne andò e dopo dieci minuti ritornò con il conto. Lo appoggiò sul tavolo sorridendo timidamente. Lui girò il foglio dalla parte bianca e le disse per la seconda volta, senza sapere perché:

– Bene, ora dammi il numero.      

Pensava di non avere fatto nulla per meritarlo; e quando l’esile fanciulla vergò rapidamente le cifre sulla carta, stringendo nelle magre dita la penna che portava con sé, fu preso da uno stupore improvviso.

– Come ti chiami? 

– Hohog – rispose lei dolcemente, e poi si allontanò con il dentone scintillante sotto la cruda luce del neon.

Dopo aver lasciato il denaro sul tavolo, Lefner si alzò e uscì dal ristorante. Fece una breve passeggiata per coprire il tragitto che lo separava dalla sua abitazione; e pensò che sarebbe stato opportuno tenere al guinzaglio un cagnolino, per avere modo di camminare un po’ più a lungo. Rientrato in casa incominciò a leggere una storia di Nettuno, dove si narrava di uno strano pesce che esce di quando in quando dall’ombra in un acquario. Gli sembrò che il pesce della malinconia lo guardasse negli occhi, con i suoi occhi spalancati di pesce, ma non aveva nessun acquario. Gli venne sonno e, dopo qualche sbadiglio, andò a dormire senza terminare il racconto, lasciando nel libro, per ritrovare quella pagina, la ricevuta fiscale del ristorante.

5

L’idea era balenata nell’emisfero sinistro del cervello di Laun quando aveva visto brillare, dalle vetrate dell’ascensore, il fiume straripante di aeromobili, che scorreva davanti al Rif. Era rimasto soltanto un taxi in attesa e riuscì a prenderlo con un colpo di fortuna, che decise di sfruttare a suo vantaggio.

– Gira intorno al Rif – disse all’autista.

Trovare un taxi non sarebbe stato facile per Quiva Oshura. L’occasione era da cogliere al volo.

– Accosta e fermati, voglio far salire un’amica – disse di nuovo la voce di Laun, dietro le spalle dell’autista.

Quiva vide il cenno del gentile forestiero che le offriva il taxi; si fece largo in mezzo a un gruppo di turisti uranici, appena scesi da un orbibus, e lo ringraziò sorridendo. Rise quando Laun si fu seduto accanto a lei.

Ci fu un attimo di silenzio.

– Posso invitarla a cena?

– Lei è molto gentile, ma sto facendo una dieta… di coleotteri.

Quiva Oshura tirò fuori dalla borsetta un panino farcito e lo mostrò a Laun, che evitò con garbo una smorfia di disgusto e disse:

– Allora dove andiamo?

– Io vado nel quartiere venusiano e lei?

– Anch’io – rispose Laun – possiamo fare un tratto di strada insieme.

– Volentieri, non è facile trovare un taxi stasera.

In effetti l’appartamento del maggiore si trovava da tutt’altra parte, ma non aveva intenzione di rientrare prima di aver cenato.

– Mi hanno detto che nel quartiere venusiano c’è un buon ristorante – riprese.

– Sì, ce n’è più d’uno. Il Kisko, per esempio – disse Quiva.

– Sì, è proprio lì che sono diretto.

– Bene, anch’io vado da quelle parti.

Laun dette l’indirizzo all’autista e la macchina s’ immerse nel fiume di lucciole.

– E’ un vero peccato che lei non possa farmi compagnia.

– Mi dispiace, ma la dieta delle sacerdotesse è stretta.

– Al Kisko, però, fanno i coleotteri al plancton.

Aveva indovinato, perché lei assentì e sorrise. Il tassista era un robot nuovo di zecca e non li stava a sentire, ma guidava veloce con un ottimo programma, tanto che arrivò al Kisko in una frazione di oz.

Dalla terrazza del ristorante si poteva ammirare un bellissimo panorama e i coleotteri al plancton furono serviti su un letto di frutta venusiana, che al maggiore piacque moltissimo. Lei mangiò alcuni coleotteri e gli fece qualche domanda, alla quale rispose in modo plausibile. Si trovava a Berenstadt per lavoro; era un antiquario fantascientifico, specializzato in oggetti di provenienza mitologica. Ma perché non aveva le antenne? Laun s’inventò di averle tolte perché attiravano i fulmini. Poi, non appena ebbe finito di dirlo, accadde qualcosa di strano. Un fulmine si abbatté sulle antenne di Quiva Oshura, all’improvviso, così forte da farle perdere i sensi. 

A questo punto il lettore potrebbe credere che il protagonista della nostra vicenda fosse uno iettatore, ma si sbaglierebbe di grosso. Come ha detto qualcuno, «gli dèi percepiscono le cose future, gli uomini quelle presenti, i sapienti ciò che s’avvicina».  

6

Alle dieci il ministro Milig era nel suo ufficio, in attesa del rapporto su Lefner. Da un po’ di tempo il direttore del dipartimento di farmacologia si comportava in modo bizzarro. Aveva portato una bara nel laboratorio e passava la giornata là dentro, fumando una quantità inverosimile di sigarette elettroniche.

– E Lei come se lo spiega, signor ministro? – domandò il segretario.

– E’ convinto di essere uno zombi.

– Ma il progetto zeta si occupa di autentici zombi, e non di chi crede semplicemente di esserlo. Per risolvere il problema Le consiglierei di rivolgersi al dottor Nahasonn.

– Uno psichiatra? Non vuole nemmeno sentirne parlare. E’ convinto di essere una persona normale. Con il tempo le cose si aggiustano… Se non dovesse accadere, me lo faccia sapere.  

Liquidò il segretario un po’ bruscamente e si  mise a scorrere i giornali del giorno dopo. Le quotazioni del progetto zeta avevano ripreso a danzare. Telefonò in Borsa. Poi andò al bar a bere una spremuta di limone con tre gocce di zucchero ed a leggere il rapporto.

Quando vide Selma, la sua pupilla smerigliata si accese come una lampadina. Avanzava verso di lui con un oggetto in mano, che emetteva un lieve ronzio. Quel ronzio ripeteva in modo incessante il nome occulto della morte. Se l’oggetto veniva ingerito entro nove oz di spazio-tempo dal decesso, il defunto si rianimava, poteva muoversi ed obbedire ad induzioni ipnotiche. Dopo aver tentato diversi esperimenti, Lefner era riuscito finalmente a realizzare il progetto zeta e lo invitava nel laboratorio per assistere ad una dimostrazione.

– Funziona! Io stessa ho potuto constatarlo – disse Selma, mostrando una pallina di metallo.

– Bene, verrò alle dodici – promise il ministro.

La seguì con gli occhi finché non scomparve. Malgrado il lavoro veramente encomiabile, che svolgeva presso il dipartimento di farmacologia, era sempre così fresca e seducente da lasciarlo con le antenne di un verde acceso.

7

All’alba, ancora agitato per quanto la sera prima era successo, Laun si alzò in piedi e andò in bagno, dove  vide la sua faccia verde. Dopo un attimo di sorpresa rammentò che aveva da completare l’abbronzatura. Per svegliarsi meglio, prese una doccia fredda; quindi si asciugò accuratamente, si cosparse tutto il corpo di una speciale lozione e si mise con pazienza sotto il raggio del lume-anello. Verso le dieci usciva di casa per recarsi all’Istituto di scienze anagogiche. C’erano diverse cose da capire, prima di arrivare alla formula delle rune.

 L’ambiente dell’Istituto era vasto e quasi deserto, il brusio della città giungeva attutito dallo spessore dei muri e anche il passo dei rari visitatori veniva smorzato da folti tappeti. Attraverso le grandi vetrate filtrava una luce azzurrina sui libri disposti in bell’ordine negli scaffali, che coprivano le pareti fino alle volte del soffitto. Laun si fece portare l’opera del professor Khrukpe, Gli idrogeni sottili del sentimento oceanico e attaccò il testo con i muscoli dell’addome, dopo aver collegato all’ombelico il dispositivo sferico di lettura. Le informazioni salivano fino al terzo occhio in rapide ondate iperbariche. Di quando in quando, arrestava il dispositivo per una pausa di riflessione, durante la quale elaborava i dati ricevuti. Al termine di una di queste pause, vide una ragazza bruna che si sedeva poco distante. Aveva i capelli lunghi e l’incarnato piuttosto pallido, come di chi abbia dedicato molto tempo allo studio. Facendo attenzione al volume che lei aveva appoggiato sul tavolo, notò che si trattava di un altro libro del professor Khrukpe, dedicato alle rune. Poiché l’ondata delle informazioni, contenute nel testo che aveva collegato, riprese ad affluire, non si curò ulteriormente di quei lineamenti armoniosi. Ma quando incontrò la giovane studentessa nel portico dell’Istituto, non esitò ad affiancarsi e le disse:

– Se non sbaglio, anche lei sta leggendo Khrukpe!

– Perché, si vede? – domandò, con un’espressione di vago sconcerto.

– Roba pesante, me lo lasci dire – asserì Laun sorridendo.

– Mi sto laureando in runologia sperimentale con il professor Hornbor – soggiunse la ragazza – e non posso ignorare il lavoro di Khrukpe, benché sia abbastanza datato. Lei conosce Hornbor? E’ stato a lungo l’assistente di Khrukpe…

– E forse è il vero autore del libro che lei sta leggendo…

– Non lo escluderei affatto. Si tratta di un nano androide, dotato di fronte contrattile!

– Da giovane mi occupavo di androidi, ma di nani, lo confesso, non ho molta esperienza.

– Oh, ma sono proprio quelli che ne sanno di più, sulle rune!

– Davvero? Mi piacerebbe conoscere questo professor Hornbor. Ma prima vorrei conoscere lei, vorrei… che mi parlasse della sua tesi di laurea. Io mi chiamo Def.

– Piacere, Nam – disse la ragazza, stringendo la mano che Laun le porgeva.

Lasciarono insieme le alte muraglie dell’Istituto di scienze anagogiche e salirono sulla scala mobile, verso il portello della navetta.

– Lei abita vicino? Posso accompagnarla a casa?

– Se vuole può accompagnarmi alla raffineria, è lì che vado – rispose Nam.

Dopo aver sorvolato la città, la navetta atterrò nella zona industriale. Un acre odore di plutonio sferzò le narici del maggiore, che si avvicinò a Nam per offrire al senso dell’olfatto un’impressione più gradevole. La ragazza si ravviò i capelli profumati e indicò con l’indice affusolato il cancello rugginoso della raffineria runica, davanti al quale si ergeva un palo con l’animale-guardiano legato a catena. Era un bellissimo lupo che ormai conosceva bene la visitatrice e li lasciò passare. Laun la seguì in mezzo ai vapori altamente infiammabili fino al bordo di una camera magmatica, dove moltissime rune s’intrecciavano in una rete incandescente, forgiata da un potente maglio d’aria calda.

Dalla rete emerse una faccia e Laun domandò chi fosse.

– Il volto originario –  rispose Nam – quello che aveva prima di nascere.

8

Non era la solita visita di protocollo. C’erano quattro alluci con il cartellino, randomizzati dall’ineffabile Lefner, che aspettavano il ministro.

– Questo è morto della sindrome di Simmons – diceva il dottore – e quest’altro ha avuto il morbo di Xyphel.

– E questa donna? – domandò Milig.

– E’ stata uccisa da un fulmine, mentre l’altra è morta avvelenata – rispose il dottore.

– Proviamo con questa – propose il ministro, indicando la prima. 

Selma prese la sonda e introdusse nella trachea del corpo, che era stato fulminato, la pallina di metallo, di cui Milig riconobbe il ronzio. I lineamenti irrigiditi si animarono, la donna aprì gli occhi e scese dal letto, cominciando a camminare con passi leggeri. Gonfiò il petto, alzò le braccia e disse:

– Padrone!

– Come potete constatare – asserì il dottor Lefner –  la zombificazione è perfettamente riuscita.

– Evviva! – disse Selma.

– Come si chiama? – domandò Milig.

– Può battezzarla come vuole – rispose Lefner.

– Uhm, la chiamerò Mool.

– Uno, due, tre, il tuo nome è Mool – disse Lefner, alzando successivamente tre dita davanti agli occhi sgranati del cadavere.

– Che ne facciamo? – domandò Milig.

– Qualsiasi cosa Lei ritenga opportuna. Mool obbedirà. Ma si ricordi: uno, due, tre! – e così dicendo Lefner mostrò le dita al ministro.

– Che cosa mangia? – domandò quest’ultimo.

– Coleotteri, soltanto coleotteri – rispose Lefner.

– La userò come guardia del corpo. Che sia dunque vestita e provvista di pistola lanciafotoni.

Era andata a cena al ristorante, la sera precedente, e poi non ricordava più nulla. Mentre scendeva giù per la scalinata di marmo, seguendo il ministro che si recava in parlamento, intuì di non aver dormito nel proprio letto. Chissà, forse aveva bevuto un po’ troppo. Ricordava soltanto che si chiamava Mool, ma c’era un altro nome, una parola oscura che vibrava dentro di lei. Si guardò nello specchio, laterale alla scalinata: portava l’uniforme di seta nera delle guardie del corpo e sulle antenne una striatura dello stesso colore, che le parve assai strana.

Ma le impressioni più bizzarre dovevano raggiungerla nell’aula del parlamento, dove vide i cyborg con la testa d’ariete. Parlottavano a voce bassa e poi d’un tratto gridavano e s’ingiuriavano, affluendo rapidamente in un punto cruciale; e lì cozzavano gli uni contro gli altri, in una mischia feroce, finché non cadeva qualche testa sul pavimento. Nel frattempo un camaleonte con gli occhiali, che era dotato di una vecchia intelligenza artificiale, scuoteva furiosamente una campanella di bronzo e minacciava di far sgombrare l’aula. Pallido e immobile, il ministro Milig rimescolava le carte del discorso troncato a metà dalle urla dei cyborg.

9

– L’albergo non mi sembra la sistemazione ottimale per le vacanze, considerando che ci sono delle villette deliziose sulle rive del Lago Tetra – bofonchiò Hornbor, il nano androide dalla fronte contrattile.

– Ho visto soltanto baracche – disse il professor Khrukpe e ricominciò a sorbire la seconda tazza di tè.  

– Il Lago Tetra ha quattro rami e varie rive, sulle quali sorgono dei quartieri residenziali: qui e anche qui – spiegò Nam, il dito sulla rappresentazione grafica della regione, squadernata sopra il tavolo.

Poi cominciarono a parlare di politica, quando Khrukpe esclamò:

– Il partito dei robot rosa!… Vorrei sapere quale significato  può assumere nella geopolitica di Karmyn-ha.

– Credo che non lo sappiano nemmeno loro – asserì il nano androide.

– Secondo me – disse Nam – vogliono suggerire che tutte le cose diventano rosa, e tutte le difficoltà possono appianarsi, se loro prendono il potere.

– Oppure traggono spunto – commentò Hornbor – dal colore rosa dei bigliettoni di banca, che portano impresso quel ridicolo robot con l’ombrello!

– E il partito dei nani grigi? – domandò Nam mentre inclinava con grazia la teiera a forma di cigno.

– Ha qualche senso scegliere il grigio come colore rappresentativo? – interloquì Khrukpe, corrugando curiosamente la fronte.

– Beh… – fece Hornbor – vuole essere il partito delle persone serie, che dicono “affidatevi a noi, e starete tranquilli”.

Poi parlarono dell’attentato, che non mancarono di attribuire ai servizi deviati. Una bomba era esplosa proprio davanti al parlamento. Fecero alcune ipotesi, che ruotavano intorno a un patto scellerato tra nani grigi e robot rosa.

– Buono, questo tè di Giove – disse Khrukpe posando la tazza sul piattino – ha un gusto rotondo, non vi pare?

– Sì – ripose Hornbor – ed è ricco di polifenoli, che svolgono un’attività antiossidante.

– Certamente! Possiamo affermare che non vi è nessuna bevanda, allo stato attuale delle nostre conoscenze, che si sia rivelata più giovevole del tè proveniente da Giove – disse Khrukpe, con il tono grave del cattedratico.

Infine si salutarono e ciascuno se ne andò per le sue faccende. Con la macchina sportiva a guida bassa, che recava sul cofano posteriore l’immagine di una runa rad, Hornbor dette un passaggio a Nam. La ragazza accennò alla richiesta di Def, il distinto signore che aveva conosciuto all’Istituto di scienze anagogiche.

– Vorrebbe conoscerla. Sta cercando di imparare qualcosa sulle rune. Mi sembra dotato di una buona profondità ontologica. 

– Da dove viene questo Def?

– Non lo so.

– Ah, Non-lo-so! Non è lontano da qui…

– Mah, a me sembra molto lontano…

10

Stremato dalla visita ministeriale, il dottor Lefner rientrò in anticipo e si distese sul divano, ascoltando musiche psichedeliche del Terzo Eone ad alto volume. Poi prese qualcosa da leggere. Sulla ricevuta fiscale, che aveva messo come segnalibro, trovò il numero fonografico della cameriera. Lo compose e inviò un eterogramma:

Ciao Hohog, io sono vivo. E tu come stai? Ringrazio per ottimo pesce crudo. Vorrei offrirti un bel salsicciotto. Ok? Ab

Il giorno dopo trovò sullo schermo la seguente risposta:

Non mi piace salsiccia. Hohog

Rispose immediatamente con un altro invio:

Dimmi che cosa ti piace, allora.

La risposta fu in caratteri maiuscoli:

OSTRICHE

La chiamò e stabilirono di andare a cena, nel suo giorno libero, in un raffinato ristorante della zona sud. Hohog mangiò una quantità inverosimile di quei molluschi e gli fece una proposta ancora più inverosimile. Abitava in un loft del centro con un’altra ragazza, alla quale era legata da un’amicizia particolare; e gli offrì di prenderla una volta al mese, in cambio del pagamento dell’affitto. 

– Per darti una risposta – disse Lefner – dovrei almeno vederla, non ti pare?

– Bene, vieni a bere qualcosa, così la vedi subito – rispose ridendo.

Giunti che furono davanti al portone, tirò fuori il phone e la chiamò. Lefner vide scostare una tendina all’ultimo piano mentre un volto grazioso, dall’espressione turbata, si profilava dietro il vetro della finestra. Notò che la fanciulla puntava qualcosa, forse un binocolo da teatro, per vederlo da vicino. La tendina si richiuse e il phone dette uno squillo. Potevano salire. Purtroppo, con l’ascensore guasto, occorreva salire a piedi.  

– Si è bruciato il motore – disse Hohog – e passerà qualche giorno, prima che riprenda a funzionare.

Arrivato all’ultimo piano, Lefner soffiava come un toro; ma non per l’eccitazione, bensì per l’affanno. Fare tante scale alla sua età, che superava i cinquanta, non era affatto agevole. Hohog aprì la porta con la chiave e lo fece entrare in un loft fiocamente illuminato. Dal soppalco lo salutò una ragazzina minuta, con una vestaglia di seta azzurra e una mascherina nera, che lasciava scoperta soltanto la parte inferiore del viso. 

– Nam è molto giovane – disse Hohog – ha soltanto ventidue anni.

Bevvero un amaro mentre Nam rimaneva di sopra, con le gambe sospese nel vuoto. Aveva i piedini nudi e le unghie laccate di rosa.

– Ti piace? – domandò Hohog.

– Si può fare – rispose Lefner.

– Ma soltanto in mia presenza – puntualizzò lei – prima, però, il pagamento dell’affitto, per favore. 

Staccò un assegno e glielo consegnò, poi salì di sopra. Nam si era tolta ogni indumento, tranne la mascherina, e la conobbe in vari modi mentre Hohog, da sotto, li guardava.   

Per la seconda visita il dottor Lefner si presentò puntuale e constatò con piacere che l’ascensore era ritornato in funzione. Quando entrò nel loft soffiava come un toro, ma questa volta non per l’affanno.

Nam aveva una vestaglia rossa. La signora Lefner, invece, aveva la menopausa, il sovrappeso e la mania dell’igiene, che contribuivano a rendere in varia misura gravoso l’adempimento del dovere coniugale. Perciò  Lefner  preferiva pagare Hohog per avere Nam.

11

Fra la prima e la seconda visita del dottor Lefner, Nam si fece conoscere meglio dal maggiore Laun, che aveva tentato invano di riallacciare il contatto con Quiva Oshura, misteriosamente scomparsa. Gli mostrò la tesi di laurea prima che fosse discussa e lo presentò al professor Hornbor nel chiostro dell’università, sul quale era ancora sospesa la serena atmosfera dell’antica residenza monastica.

Il maggiore trovò assai bizzarro l’aspetto del nano androide, inquadrato nella sequenza di quelle slanciate colonne, mentre da parte sua Hornbor andava soppesando la figura dello studioso irregolare, che mostrava tanto interesse per le rune.

La conversazione prese avvio dal nuovo movimento giovanile, denominato Shemoz, che si diffondeva in modo evidente e talora pittoresco fra gli studenti universitari alla scoperta dei sentimenti. Gli aderenti di sesso maschile portavano orecchini e le donne ostentavano baffi posticci. Dopo alcune osservazioni divertite sulle maniere stravaganti e provocatorie di qualche studente, il discorso passò all’argomento runologico. Il professore propose a Laun di visionare un apparecchio, alla cui messa a punto stava lavorando, il runopsicometro H.

S’incamminarono sul prato per raggiungere la Casa delle Invenzioni, un edificio in stile avveniristico, fatto di blocchi in pietra di Vulcano e circondato da un gruppo di alberi, simile a un boschetto ancora tutto da inventare.

– Le mostrerò il prototipo di un misuratore della pressione runica sulla psiche del soggetto – disse Hornbor, mentre apriva la porta di quercia.

Laun entrò e si avvicinò al tavolo, sul quale prese degli occhiali a raggi infrarossi, che gli permisero di vedere l’apparecchio.

– Come vede, ha l’aspetto di un cubo in poliuretano.

– Hum hum, molto interessante.

– Presenta una fessura sul lato superiore, dove si inserisce verticalmente la mano aperta. Con l’altra mano si preme questo pulsante laterale e si avverte un flusso di aria calda, mentre il display rivela quale runa condiziona il comportamento del soggetto, nel periodo corrispondente alla lunazione in corso. Ai lati della runa appaiono dei valori numerici da -100 a +100. Sul lato sinistro si leggono i valori negativi e sul destro i positivi. Quando il sistema è in equilibrio la somma algebrica fornisce un risultato pari a zero. Se il display evidenzia squilibri emotivi, la mano riceve una lieve scossa che riporta i valori in equilibrio. Le piacerebbe provarlo?

Laun inserì la mano destra e Hornbor schiacciò il pulsante. Sul display si poteva leggere:    -38           +38

– Complimenti – disse Hornbor – lei sa quello che sta facendo. La runa tyr indica una intenzionalità rivolta al conseguimento di uno scopo, a me ignoto, che in questo periodo impegna la sua psiche con una pressione di 38 bar. I valori danno un risultato pari a zero; e ciò denota il perfetto equilibrio con il quale viene perseguito l’obiettivo, che può rivelarmi oppure no, a suo piacimento.

– Sarebbe necessario un discorso troppo lungo, mi creda, per renderne edotto qualcuno, sebbene dotato come lei di un’acuta intelligenza – lo blandì – e temo riuscirebbe tedioso per entrambi. 

– Sì sì,  capisco – disse il nano – non c’è nessun problema.

L’apparecchio non era un semplice misuratore, ma aveva anche una funzione neutralizzante, in quanto poteva riportare in equilibrio i valori emotivi; quindi il suo inventore, pensò Laun, doveva conoscere la formula segreta, che costituiva per l’appunto lo scopo della sua missione.

– No, no, non c’è nessun problema – ripeté Hornbor.

– Mi sembra di sì – disse Laun, poiché non riusciva a estrarre la mano dall’apparecchio.

– Oh, si riferisce all’estrazione!… La mano sarà smaterializzata in tre oz di spazio-tempo, se non verrà estratta prima. Mi riveli lo scopo che impegna la sua psiche – disse Hornbor – e l’arto sarà liberato immediatamente.

Il maggiore intuì che era necessario premere di nuovo il pulsante laterale. Lo fece senza esitare. Quindi estrasse la mano tutta blu.

– Vedo che anche la sua è un’intelligenza piuttosto acuta… – disse il nano.

– Lei è troppo buono, sono soltanto un ricercatore autodidatta, animato da un’incoercibile pulsione cognitiva.       

12

Erano stati necessari alcuni giorni di ricerche per trovare l’indirizzo. Il club dei nani. Nam ne aveva sentito parlare all’università e Laun aveva deciso di recarsi sul posto. Un nano esageratamente basso, e non meno altezzoso, li accompagnò al tavolo che avevano prenotato. Un altro prese le ordinazioni. Poi Nam si alzò per andare alla toilette. Il locale era gremito da un pubblico vario, che attendeva lo spettacolo dei nani acrobati. Una signorina un po’ mascolina, che non era una nana, ma sembrava un cavallo bardato per sfilare in pompa magna, attaccò discorso con lui.

– Lo sa che i nani acrobati sono tutti clonati? Pensi che all’inizio erano solo due; e adesso sono addirittura sette! Ma si dice che l’originale sia morto.

– Mi dispiace una cifra, davvero – rispose Laun  – tuttavia la clonazione relativizza la cosa, non le pare?

Con una leggera torsione del collo, lei rise; e il suo riso risuonò come un nitrito. Nam nel frattempo si osservò allo specchio, scostando una ragnatela di plastica. Poi prese una goccia di sapone e cominciò a lavarsi le mani. La porta della toilette si aprì ed entrò un maniaco sessuale, che la invitò a casa sua. Lo guardò con stupore: si era travestito da donna, ma i tratti del viso e una leggera ombra di barba, evidenziata dalla luce cruda della lampadina, conferivano al suo travestimento qualcosa di clownesco.

– A me piacciono i nani – disse Nam.

– Ed a me piace Biancaneve – disse il maniaco, che sparse una striscia di cocaina sul marmo del lavabo e si mise a frantumarla nervosamente con una carta di credito.

– Bene, vecchio mio – disse Nam – abbiamo gusti differenti!

Il maniaco ridacchiò, prese una banconota e, dopo che l’ebbe arrotolata a guisa di cannula, gliela porse ammiccando. Lei la cacciò nella borsetta, mentre lui guardava di sbieco in modo interrogativo.   

– Questa è per l’informazione che ti darò –  disse Nam.  

– Quale informazione? – domandò il maniaco.

– Si vede da lontano che ti sei travestito da donna, ma non sei affatto effeminato.

– Che cosa ci vuoi fare – disse il maniaco – ormai trovo soltanto delle lesbiche!

– Che lavoro fai per vivere? – domandò lei, glissando.

– Il facchino astronavale, al Porto delle Tre Galassie.

– E magari il contrabbandiere.

– Quando capita.

– E cosa capita?

– Sigarette, liquori, ma anche, qualche volta, tappeti e candelabri di Asgard. E ora ridammi la banconota, oppure alzati la gonna.

Nam prese la banconota dalla borsetta e gliela restituì, dicendo:

– Te ne darò un’altra, se mi dici dove si possono comprare i candelabri.

– Va bene – rispose il maniaco, aprendo la mano.

Nam vi depositò una banconota dello stesso valore di quella che aveva appena restituito e venne informata che c’era un nano che li vendeva, uno di quelli che facevano lo spettacolo proprio lì, al “Biancaneve”.

– Ma qual è? – domandò lei.

Lui aprì di nuovo la mano e, dopo aver preso un’altra banconota, le disse il nome del nano, che si chiamava Tamarr.

Nam uscì dalla toilette ed entrò nella sala immersa nell’oscurità; non riusciva a distinguere nulla, tranne i nani che facevano acrobazie in un cerchio mobile di luce, componendo con i loro corpi le più strane figure di una geometria non euclidea. Finalmente ritrovò il posto, si sedette e narrò le sue scoperte.

Maschere, veli, trampoli e funi. Giochi di luce magnifici. Musica incalzante. E applausi, applausi, applausi…

Alla fine dello spettacolo, Laun chiamò un cameriere e chiese di parlare con Tamarr; poco dopo, il nano balzava sul tavolo con l’agilità di un gatto, rovesciando i bicchieri già vuoti. Li guardò con occhi sporgenti, che accentuavano l’aspetto stravagante del suo volto. Poiché soffriva di un’aberrazione visiva, estrasse dal panciotto di zirconio una lente rotonda, che avvicinò all’occhio sinistro. Alla fine decise che sarebbe stato meglio parlare con Nam, e le disse:

–  Lieto di fare conoscenza. Ma chi è lui?

– Sono un antiquario fantascientifico, specializzato in oggetti di provenienza mitologica – rispose Laun – e la signora è mia moglie. 

– Ah, credevo fosse sua figlia! – disse Tamarr.

– Vorremmo acquistare tappeti e candelabri asgardici soggiunse Nam.

Il nano sorrise con aria scaltra e fissò un incontro per il giorno seguente. 

13

   Al Rif circolavano delle voci poco rassicuranti sulla scomparsa di Quiva Oshura. Alcuni sostenevano che appartenesse a lei quel piedino sinistro, ritrovato nell’acqua verdastra di una pozza, fradicio e giallo come una foglia, sulla strada che portava dal parco all’albergo. La voce si era sparsa a poco a poco e i dipendenti del Rif non sapevano più come sottrarsi con un gentile pretesto alle domande, che venivano loro sempre più spesso rivolte. Il maggiore, però, aveva smesso di chiedere; e pareva il solo che fosse sinceramente addolorato per la scomparsa della sacerdotessa.

Si era incamminato lungo un viale del parco immerso nella magnifica luce del mattino, andando tristemente con le mani incrociate dietro la schiena, quando lo raggiunse la voce di Nam che lo chiamava dalla veranda del bar, fra le tende bianche mollemente sollevate dal vento. Allora lasciò cadere i cupi pensieri e prese a camminare in quella direzione. Le fronde, che si stagliavano contro un cielo insolitamente azzurro, gettavano sull’erba ancora umida ombre ricamate in oro. Incrociò due ospiti dell’albergo, che affrettarono il passo, spaventati. Nam gli si fece incontro per dire che aveva visto la sua ombra danzare intorno a lui come un folletto.

– Mah! Forse è un’impressione prodotta dal contrasto fra le ombre proiettate dagli alberi e la mia – disse Laun.

– Ma non hai visto come ti guardavano quei due? Ti dico che l’ombra saltava da far paura! – ribadì Nam.

Laun gettò un’occhiata alla sua ombra e notò con piacere che se ne stava tranquilla, ma appena riprese a camminare quella dette un guizzo e si fermò a una certa distanza, disegnando sull’erba la forma di un triangolo scaleno.

– La cosa ha dell’incredibile! – commentò il maggiore, che non credeva ai propri occhi.

– Prova a camminare avanti e indietro – suggerì Nam.

Laun camminava, però l’ombra non lo seguiva: diventò più spessa sulla punta, ma rimase lì, sul terreno, come uno scialle nero che qualcuno avesse abbandonato.

L’ora tarda suggeriva di tornare verso l’albergo, per non mancare l’incontro con il nano Tamarr, che già li stava aspettando, impaziente. Quando li vide, accennò un impercettibile inchino e li invitò a prendere l’aeromobile. Mentre si dirigevano al parcheggio, l’ombra di Laun li raggiunse e si mise a danzare intorno a loro, poi si allungò sul cofano della vettura e lo cinse come un nastro. Allora il nano, spaventato, disse:

– In questo momento non ho niente tra le mani. Se mi capita qualche oggetto interessante, sarete i primi a saperlo. Ora vi prego di scusarmi, ma ho un altro appuntamento.

Ciò detto, Tamarr saltò sul sedile con un balzo felino, mise in moto e si allontanò a velocità supersonica. Laun fece appena in tempo a collocare una microspia magnetica sotto un’aletta.

Con la sua aeromobile si gettò all’inseguimento del nano, visualizzando il punto rosso sullo schermo. Dopo aver attraversato il quartiere delle ambasciate, imboccò una strada lunga e stretta, che offriva scarse possibilità di parcheggio. All’indirizzo indicato dal monitor c’era un deposito merci. Sistemata l’aeromobile in un garage sopraelevato, risalì la strada a piedi fino al deposito. A lato di un’enorme saracinesca si affacciava una porticina di metallo, ad altezza di nano. Defilandosi per non essere visto, suonò e riconobbe la voce rauca di Tamarr al citofono. Sorrise con aria scaltra e si allontanò senza dir nulla.

14

Turgide e nere, dalla sfumatura rossiccia. La cuoca aveva due olive al posto degli occhi, ma ci vedeva benissimo. Il suo sguardo taggiasco percorreva il contorno delle rune ing, formate dalle grandi mattonelle del pavimento.

Che cosa facevano quei buffi cittadini, così tremendamente seri? Nulla, attendevano. Gli esponenti dell’ACIV, l’Associazione culturale per l’ibridismo vegetale, non si rendevano conto che il ministro della Sanità, in tutt’altre faccende affaccendato, non aveva alcuna intenzione di riceverli. Eppure erano personaggi degni di nota, la migliore espressione di Karmyn-ha nel campo degli organismi geneticamente modificati. C’erano l’esimio giornalista-cetriolo, che scriveva articoli comprensibili da tutti; il cantante-fico, che aveva una voce dolcissima; e perfino la cuoca-oliva, che si offriva come antipasto. In piedi accanto alla poltrona ministeriale, li intratteneva il capo di gabinetto, con un cravattone nero a pallini bianchi. Chiedevano un’astronave straordinaria per impiantare una colonia ibridista sulla quarta luna di Giove. Il capo di gabinetto scomparve come qualcuno che dovesse tornare tra un momento, ma non si fece più vedere. Al suo posto entrarono due funzionari con le braccia cariche di cartelline di un color bigio sporco, che deposero sul tavolo sollevando una nuvoletta di polvere. Le controllarono una dopo l’altra e dissero che non era stata avviata nessuna pratica relativa all’astronave straordinaria, o che almeno non risultava.

– Per questo ci vuole prima di tutto la relazione del climatologo – asserì il funzionario, che aveva l’erre moscia.

– L’avvocato ci ha fissato un incontro con Sua Eccellenza il Ministro – disse con voce dolcissima il cantante – e intendiamo consegnare nelle sue stesse mani la domanda per l’avvio della procedura.

– Purtroppo in questo momento Sua Eccellenza – riprese il bleso in tono spocchioso – non ha assolutamente il tempo di riceverli. E’ occupato in una riunione molto importante, che non si può prevedere fin quando durerà.

In realtà il ministro era impegnato con il piedino sinistro di Quiva Oshura, la sua guardia del corpo, che ora si chiamava Mool. Sì, quel piedino che la voce popolare diceva miseramente finito in una pozza del Rif, era nelle mani del ministro della Sanità. Che lo massaggiava amorevolmente, con il pretesto di praticare l’arte della riflessologia. Ma non di un’arte si trattava, bensì di un culto, perché Milig era un feticista. O più semplicemente aveva qualche rotella fuori posto, come pensò Oshura prima di porgere l’altro piedino. 

Il capo di gabinetto bussò alla porta, ma non ottenne risposta. Allora socchiuse l’uscio e vide Milig seduto sul pavimento, davanti alla bella Mool. Il ministro era troppo occupato per accorgersi del cupo clamore che saliva dalla piazza. Diverse centinaia di persone si erano radunate davanti al ministero, fronteggiate dalla polizia in tenuta antisommossa. All’origine del tumulto era la protesta per la commercializzazione, autorizzata dal ministro, di un iperphone che scatenava negli utenti un’encefalite emorragica. Dopo aver appreso che quella gente inferocita voleva la sua testa, Milig abbandonò l’edificio, uscendo sul retro dalla scala di servizio.

 Il giornalista-cetriolo pubblicò un articolo, in cui lodava il suo coraggio. Che cosa non si farebbe per un’astronave straordinaria! 

15

   Nel famoso Poliambulatorio per le malattie rare e curiose la situazione era tale da indurre chiunque al pessimismo. Per fortuna nessuno aveva una visione d’insieme, essendo ognuno concentrato esclusivamente sui propri sintomi. Laun ripensava a tutte le volte in cui la sua ombra aveva assunto un profilo assolutamente incongruo; a quando si era gettata di lato con un salto, o perfino nascosta dietro un angolo, per venirgli incontro all’improvviso dalla parte opposta! Questi non potevano essere considerati dettagli senza importanza, perché la gente si spaventava e ultimamente lui stesso diveniva un po’ troppo inquieto. Quindi era opportuno farsi vedere, sperando che il medico potesse trovare un rimedio.

Quando venne il suo turno, Laun si trovò davanti a un vecchio dall’aspetto severo, con i capelli più bianchi del camice, che lo ascoltò con calma e quindi lo invitò a mettersi sotto la luce  di una potente lampada, per esaminare l’ombra con una lente d’ingrandimento. Con la stessa lente guardò la lingua e il palmo delle mani. Al termine della visita lo informò che una porzione d’ombra era stata sottratta.

– Vede codesta macchiolina blu? Lì, sul palmo della mano destra. Indica il punto in cui è avvenuto il deflusso. La parte mancante è stata raccolta in un contenitore…  come in una specie di aspirapolvere… tanto per farle capire, con una analogia, di che cosa si tratta.

– E come posso recuperarla?

– Temo che questo sia impossibile. Nel deposito delle ombre non è facile distinguere i frammenti della propria da quelli di un’altra. Fa troppo buio laggiù.

– E chi può essere così malvagio da agire in questo modo?

– Purtroppo non mancano personaggi, anche in vista, che farebbero questo ed altro, pur di arricchirsi. Perciò esiste il mercato nero delle ombre. Del resto è risaputo che tale componente viene usata in dosi piuttosto elevate nel processo di raffinazione runica. Da qui il suo valore.

– Ho capito – disse Laun – ma che rimedi ci sono?

– In base alla profondità ontologica dell’essenza, l’ombra dovrebbe essere molto più spessa di quello che è attualmente. Per stabilizzarla bisogna farla ricrescere, altrimenti continuerà a comportarsi in modo… infantile? Sì, diciamo così. Posso prescriverle una dieta, ma ci vorrà molto tempo perché l’ombra ricresca. Comunque, più di qualsiasi pietanza da ingerire, è importante mantenere uno stato di serenità, che riporti in armonioso equilibrio il rapporto tra lei e la sua ombra. 

Laun pagò il dottore e uscì dalla stanza, pensando che Hornbor gli aveva giocato proprio un brutto tiro. Ma il pensiero del nano androide scomparve subito dalla sua mente, scacciato dalla sorpresa più bella del pianeta, che di sorprese non era avaro. Nella sala d’aspetto, seduta tra gli altri pazienti, lei: Quiva Oshura. L’avrebbe vista fra mille. Ma si accorse che, per quanto rispondesse gentilmente al suo cordiale saluto, stentava a riconoscerlo. Quando uscì dalla stanza del dottore, Laun era ancora lì. S’ informò del suo stato di salute e venne a sapere che soffriva di acufeni.

– Purtroppo sento un suono insistente, misto a fischi e soffi, che non provengono dall’esterno, perché solo io li sento.

– Un disturbo molto grave? – domandò Laun.

– Una cosa da impazzire, come se avessi un concerto di grilli dentro la testa.

– Beh, qualche grillo per la testa ce l’abbiamo tutti…

– Non capisco perché il dottore mi abbia fatto denudare completamente… per visitarmi alle orecchie! Anche a lei ha chiesto di spogliarsi?

– Va da sé che non abbiamo ricevuto la medesima attenzione; ma anche il dottore era diverso: io sono stato dal rarologo, tu dal curioso.

– Vuol dire il curiosologo?

– No. Voglio dire il curioso, semplicemente. Del resto non posso far altro che invidiarlo. Certe volte penso che ho sbagliato mestiere.

– Perché? Qual è il suo?

– Non ti ricordi dunque? L’antiquario fantascientifico, specializzato in oggetti di provenienza mitologica.

– Veramente è la prima volta che sento dire una cosa del genere.

– Ahimè, temo che anche la memoria non funzioni più tanto bene. Davvero non rammenti che siamo andati insieme a cena? La dieta di coleotteri…

Quiva Oshura lo guardò con gli occhi sgranati, come se effettivamente non avesse alcuna rimembranza dell’accaduto.

16

   Uscirono dal Poliambulatorio per le malattie rare e curiose mentre su Berenstadt scendeva la sera e Laun si offrì di accompagnarla. Oshura sorrise:

– Dovrei essere io, piuttosto, ad accompagnare Lei.

– E perché mai?

– Lavoro per un’agenzia di sicurezza… e il mio compito è appunto quello di proteggere le persone.

– Allora fai la guardia del corpo?

– Che modo curioso di parlare. Guardia del corpo! E’ una parola antica, che su Karmyn-ha non si usa più da molti anni.

– Qui il tempo scorre più in fretta.

– E’ così rapido che a pensarci mi viene la pelle d’oca. Ma ora la devo lasciare. Sono in ritardo.

 – Possiamo rivederci domani?

– Ho l’impressione che non vi sia un valido motivo.

– Vorrei chiederti un consiglio su un problema di sicurezza e sono certo che potrai darmi delle indicazioni utili.

– Va bene, vediamoci qui domani a quest’ora e ne parliamo.

Poiché non era sicura di poterci essere, si scambiarono il numero di phone. La salutò contento e tornò a casa per mettere qualcosa sotto i denti. Lo attendeva una notte particolarmente difficile, poiché aveva deciso di entrare nel deposito del nano Tamarr, che in quel momento si sporgeva dalla finestra per osservare l’ultimo chiarore nel cielo della città.

Quando ebbe finito il breve pasto, Laun si recò sul luogo, parcheggiò la sua aeromobile nel garage che già conosceva ed entrò in samyama. Pose la mano di fronte allo specchietto e constatò di aver raggiunto un grado accettabile d’invisibilità. Allora risalì la strada a piedi fino al deposito e attese.

Finalmente il nano uscì, come faceva ogni notte fra plutone e vulcano, per recarsi a una riunione clandestina del comitato rivoluzionario. Laun gettò il rampone. Rumore del vetro rotto. Tirò la corda. Teneva. Si arrampicò come un ragno e s’introdusse senza tagliarsi nel vano della finestra.

Il fascio di luce illuminò dei frutti sintetici su una tovaglia antiquata, che sembrava provenire da un altro pianeta. Quindi corse sulle pareti, salì lungo il muro e si fermò sul lampadario spento che pendeva dal soffitto.  Discese nuovamente e andò a illuminare un cranio di cristallo, posato sul coperchio di una cassapanca. Il cranio cominciò a raccontare una storia. Laun distolse la luce e ritornò il silenzio. Deposto il macabro oggetto sul pavimento, sollevò il coperchio: vide altre cose che provenivano da un tempo remoto, perfino alcuni manoscritti di Avenarius in avanzato stato di decomposizione. Quando trovò un’antica pergamena in un astuccio, sul quale erano incise le rune del destino, la scrutò con grande attenzione, fermando lo sguardo su quei caratteri simili a strani algoritmi, ma era quasi impossibile arrivare a comprenderli. Provò a indovinare il lavoro della mente che li aveva usati. Esprimevano qualcosa che era stato dimenticato. Un mistero che le ricerche degli scienziati avevano tentato di decifrare, ma invano. Dopo qualche minuto un suono attirò la sua attenzione. Erano topi? No, sembravano unghie che stessero scavando a intervalli regolari. Proprio lì. Fece un altro passo e si fermò davanti a una porta metallica, dietro la quale una creatura imprigionata cercava di richiamare la sua attenzione.  Attese un indizio che ne rivelasse la natura, ma non venne; perciò concluse che si trattava di un robot arcaico, ancora privo di fonazione. Ritornò indietro alla pergamena e microfilmò quel testo enigmatico, che forse racchiudeva informazioni della massima importanza. Passò davanti a una fila di anfore, inciampò in un tamburo e infine sgusciò fuori in fretta, calandosi dalla finestra. 

17

Il ministro Milig si alzò dal letto in preda allo sconforto. Aveva sognato di essere inseguito da un uomo che brandiva un iperphone e perdeva sangue dalle antenne. Si soffermò sul balconcino davanti al lago e inspirò una boccata d’ossigeno a pieni polmoni. Selma Sokolov lo salutò dalla barca che si avvicinava alla sponda. La villa si affacciava sul porticciolo e Khrukpe aveva invitato Milig a trascorrervi qualche giorno di meritato riposo. Lefner e Selma li avevano raggiunti per giocare una partita a golf, ma il ministro si era alzato tardi e loro avevano pensato bene di fare una gita in barca sul Lago Tetra.

Entrando nel salotto, Milig mascherò l’angoscia del suo animo con un’espressione di letizia sovrapposta, che aveva qualcosa di grottesco.

– A tutto c’è una soluzione – disse Khrukpe.

– Non c’è dubbio – continuò Lefner – ho saputo che un emissario del Mondo 48, che si fa chiamare Def Erwinder, ha introdotto modifiche non autorizzate al modello dell’iperphone; e questo ci servirà a spiegare il motivo del suo cattivo funzionamento.

Con un tintinnìo di braccialetti, Selma versava il tè gioviano; e Milig, pensoso, prese un ricciolo di burro per il pane appena tostato.

– Bisogna informare tutte le agenzie di stampa – riprese Khrukpe –  per dare un nuovo obiettivo all’indignazione popolare.

– Altrimenti il governo rischia di cadere – commentò Milig con un vago sorriso, poiché aveva intravisto la possibilità di cavarsi dai pasticci. 

– Oh, no! In questo particolare frangente, se il governo cadesse, significherebbe piombare a capofitto nella recessione – asseriva Selma, movendo la testa di qua e di là.

Milig si alzò dalla poltrona di pelle nera e tornò a guardare il lago. Sapeva benissimo che Lefner stava bluffando, ma non si curò di sapere quali prove avesse inventato. Non si domandò neppure per quale motivo il dottore aveva scelto quel tale Erwinder come capro espiatorio. Del resto uno straniero, proveniente dal Mondo 48, era proprio quello che ci voleva.

Soltanto Selma sapeva quali erano le reali motivazioni di Lefner. Egli aveva ricevuto l’indicazione da una multinazionale farmaceutica, che dominava il mercato del Mondo 48 e voleva impedire a Laun di portare a temine la sua missione runica. Anche se, in una prima fase, la sperimentazione avrebbe riguardato soltanto l’ambiente militare, si poteva facilmente prevedere che le prescrizioni di farmaci si sarebbero drasticamente ridotte quando la formula segreta fosse stata divulgata nel Mondo 48.

Selma raggiunse Milig, che rimuginava i suoi problemi davanti alla finestra. Avrebbe voluto dirgli qualcosa, ma non sapeva bene quali fossero le parole giuste. Un’onda spumeggiante si stava avvicinando rapidamente ed entrambi riconobbero sulla sua cresta la lingua di fuoco del Grundish, il mostro meccanico che costituiva la massima attrazione turistica del Lago Tetra. Quando emerse la lunga testa sull’erto collo, simile a quella di un animale preistorico, Selma strinse la mano del ministro, rabbrividendo.

– Huh! – gridò, quindi chiamò Lefner e Khrukpe, che riuscì a scattare una fotografia alla coda sfavillante, prima che il mostro si allontanasse verso il largo.

18

Laun non sapeva che pesci prendere. Dopo aver meditato a lungo, ma invano sul contenuto del microfilm, decise d’ inviarlo alla Stazione orbitante NIR4, che lo avrebbe trasmesso alla Centrale, dove sarebbero certamente riusciti a decodificare il testo enigmatico della pergamena rinvenuta nel covo di Tamarr. Quando ebbe richiuso la valigetta che conteneva l’apparecchio ricetrasmittente, la nascose nell’intercapedine di una parete; poi si fece la barba e uscì per recarsi all’appuntamento con Oshura.

Se a Berenstadt la nebbia era frequente, mai come quella sera le bianche volute erano state così dense. A malapena riusciva a vedere la sagoma di chi gli passava accanto, ma giunse comunque con un leggero anticipo e si mise a sedere su una panchina nei pressi del Poliambulatorio. A un tratto trasalì accorgendosi che la bella Mool era presente, in piedi davanti a lui.

– Ciao, che serata umida! – gli disse, posando un piede sulla panchina.

Portava una gonna corta e le gambe erano inguainate in calze nere.

– E questa che roba è? – domandò Laun, che le aveva messo una mano sullo stivaletto mentre con l’altra sfiorava l’orlo della calza. 

– Com’è che non riconosci le giarrettiere? Le ho messe per te. Non sei dunque un antiquario fantascientifico, specializzato in oggetti di provenienza mitologica?

– Lo fui, ma in queste brume cerco invano la mia ombra… quasi fosse appartenuta ad un altro, ignoto a me stesso.

– Ah, le tue parole mi mettono in imbarazzo! Non sarai mica un antiquario-carciofo? Sono stufa di strambe ibridazioni. Domani dovrò rivedere il giornalista-cetriolo…

– Che cosa vuole da te?

– Da me niente. Ma pretende dal ministro un’astronave straordinaria, per recarsi sulla quarta luna di Giove.

– Ce n’è a iosa di gente strana – disse Laun, mentre accarezzava le cosce della bella Mool.

Lei allungò una mano per tastare il carciofo dell’antiquario fantascientifico, come se volesse staccarne una foglia.

– Sai che cos’è lo spazzacamino? – gli domandò, dopo averlo sbottonato.

– Ma certo, conosco anche la filastrocca «Cam caminì» – rispose Laun, ma non si mise a cantare, poiché la bocca di lei fu più svelta della sua.

Per baciarlo meglio si sedette sulla panchina; e dopo il terzo bacio montò sopra il maggiore, gridando «Def! Def!»

Un’ampia banda nera si disegnava sul legno. Era l’ombra di qualcuno. Un venditore di rose di plastica? Eh già, arrivano sempre nel momento sbagliato!

Ma non c’era nessuno. Almeno in carne ed ossa.

– Sei forse lo spazzacamino? – domandò Laun.

– Neanche per sogno, io sono l’ombra mancante, lo spazzacamino sarai tu.

– E come fai a dirlo? 

Non appena Laun ebbe formulato questa domanda, la bella Mool cominciò a muoversi su e giù con moto dapprima lento, poi sempre più accelerando.

Fu così, su una panchina immersa nella nebbia, che il maggiore Erwin Laun, alias Def Erwinder, ritrovò la parte d’ombra che aveva perduto.

19

Le vie intorno al Palazzo di Giustizia erano strettamente sorvegliate. La più frequentata, Sun’s Road, che pullulava di bar, negozi e venditori ambulanti, veniva percorsa a tutte le ore del giorno e della notte dai robot della polizia. L’attività degli studi legali consisteva nell’invenzione di «diritti marini» sempre più bizzarri ed astratti. Gli autori di crimini efferati venivano puniti in modo molto blando, e poi diventavano i beniamini dei mezzi di comunicazione, interpretando spot pubblicitari e teleromanzi strappalacrime. Gli abusi di potere e gli episodi di corruzione erano frequenti; talvolta qualcuno scoperchiava una pentola, ma veniva trasferito ad altra sede e il coperchio rimesso al suo posto.

 Dopo essere stata all’istituto di farmacologia, Hohog entrò in Sun’s Road con in testa le parole del dottor Lefner: «Tu dovrai farlo addormentare…»

Le aveva donato un grazioso berrettino giallo limone, attraversato da un’elle bianca. Era un segnale di riconoscimento. Lei lo portava con la tesa calata sugli occhiali neri, per proteggersi dal forte riverbero.

Il sole appariva a brevi intervalli, ma era rovente. Appena cessava la pioggia, dalla terra saliva una vampata di calore, che provocava un senso di spossatezza. La continua alternanza di pioggia e sole dava alla testa.

 Il suo sguardo scorreva sul marciapiede gremito di tavolini, ai quali sedevano innumerevoli clienti a consumare il brunch, e quando ne vide uno libero si affrettò ad occuparlo. I camerieri servivano portate di carne cruda, inseguiti da sciami di mosche azzurre. Molti bevevano una spremuta color sangue, che ordinò anche Hohog. Una miscela di passion fruit, carota e barbabietola, almeno così le dissero i due avvocati che sedevano al tavolino contiguo e parlavano di tagli di carne, fettine, lombate, bistecche, filetti. L’uno portava un serpentello tatuato sul cranio, mentre l’altro, fumando il sigaro, spargeva fra i tavoli una scia maleodorante.

Mentre Hohog attendeva il suo bicchierone dal contenuto vermiglio, sentì una mano appoggiarsi sulla spalla e una voce all’orecchio:

– Se fossi una fata – sussurrava – che può esaudire ogni desiderio, tu sapresti dirmi quale?

La donna non aveva il cappello turchino, ma il suo copricapo era comunque singolare. Una specie di casco al quale erano appesi dei sonagli. Vendeva oggetti dell’artigianato etnico, pettini di corno, orecchini circolari, profumi, unguenti, amuleti. Hohog la invitò a sedersi, lei accettò e mise il casco sul tavolino. Si tolse un fermaglio e i capelli neri, lisci come la seta ma voluminosi, le caddero sulle spalle sottili. I lineamenti fisici erano quelli di una razza più antica, di un verde molto pallido, che sfumava nel giallo. Gli occhi scuri e intensi, la fronte ambrata, le labbra tumide.

– Non hai risposto alla mia domanda – disse con un sorriso.

– Se tu fossi veramente una fata, non esiterei a rispondere.

– E se ti dicessi che il tuo nome è Hohog?

– E il tuo?

– Jiljìn.

– Ah, che bel nome! E sapresti indovinare qual è la cosa che desidero?

– So che sei in cerca di un buon narcotico – disse Jiljìn e le consegnò un flaconcino senza etichetta.

– E’ buono davvero?

– Con questo puoi fare sonni tranquilli.

– Non dormo da tre giorni.

– Chi dorme non piglia pesci. Se hai bisogno di un’entratura al Palazzo, posso fare qualcosa per te – disse l’avvocato che fumava il sigaro.

S’intromise anche quello con il serpentello tatuato sul cranio, che le domandò:

– Tu sei del partito rosa o grigio?

– Mah… io veramente appartengo alla setta dei berretti gialli – rispose Hohog scherzando e indicò il berrettino che teneva appoggiato alla sedia, sopra un pomolo dello schienale.

– Rosa o grigio che importa? – disse Jiljìn.

– Tu che ne sai di politica? – le domandò l’avvocato, in tono sprezzante.

– So che viviamo in un regime repubblicano e parlamentare. La repubblica si dice democratica e il parlamento è un’assemblea di malfattori, che si dicono onorevoli.

Mentre Jiljìn parlava, arrivò il cameriere con il beverone vermiglio. Hohog l’annusò e storse il naso.

– Sloggia – disse l’avvocato a Jiljìn – e ringrazia l’inferno se non ti denuncio per vilipendio delle istituzioni. Ti beccheresti tre anni!

Allora Jiljìn, alzandosi con un movimento fulmineo, afferrò il bicchierone che stava dinanzi a Hohog e rovesciò sul serpentello il liquido rosso.

In quello stesso momento si udì un boato e tutti si alzarono. Ci fu un fuggi fuggi generale. Una bomba in un negozio al terzo piano e una gamba scagliata in Sun’s Road, dentro una pioggia di frammenti di vetro. Sembrava ballare da sola, poi, come se si fosse accorta che non c’era più il corpo, traballò e cadde sul selciato, dove rimase immobile finché non venne calpestata e trascinata lontano dalla folla in fuga.

20

La sera della strage di Sun’s Road non c’era molta nebbia. Laun poteva vedere distintamente i passanti dalla finestra, pochi e frettolosi, mentre Nam gli indicava una luna che splendeva nitida nel cielo di Karmyn-ha. Era possibile scorgere le scaglie della superficie, che la rendevano simile a un pesce.

Per la prima volta lo aveva invitato a salire; la sua amica desiderava conoscerlo e Laun aveva accettato volentieri. Ma quando l’amica apparve, il maggiore non nascose la sua sorpresa.

– Eppure, noi ci conosciamo… – le disse.

– Non completamente – rispose Hohog divertita.

Erano nel club dei nani e le aveva prestato una scarsa attenzione. Mentre Nam si trovava alla toilette, però, loro avevano scambiato qualche parola. Perché poi non gliel’ aveva presentata in quell’occasione? Il motivo rimaneva un mistero. Uno dei tanti futili misteri dell’esistenza, pensò Laun mentre osservavano la luna. Gli pareva che l’astro si fosse addirittura ingigantito, ma l’impressione durò una frazione di secondo, poiché la sua mente la giudicò inammissibile e si allontanò dalla finestra. Intanto, Hohog si era appoggiata con le mani al basso davanzale; e Nam le sollevò il vestito sopra l’orlo delle calze, dicendo all’invitato:

–  Spero che non apprezzerai soltanto le giarrettiere.

Con una leggera torsione del collo, Hohog rise; e il suo riso risuonò come un nitrito. Nam lasciò cadere il lembo di stoffa che aveva sollevato e andò verso un armadio.  Intanto la sua amica si voltava, dando le spalle allo stipite. Gli occhi le brillavano di una luce torbida.

Nam ritornò con un frustino da cavalli e Hohog si mise in ginocchio davanti a Laun, che la colpì dapprima su una spalla. Quindi spostò le strisce di stoffa, che sostenevano il suo abito leggero, e lo fece cadere. Portava un corsetto che lasciava scoperti i capezzoli rossi, inturgiditi sotto la carezza perversa del frustino. Nam la spinse giù e si adagiò accanto al suo corpo già palpitante, disteso sul pavimento.

– E’ un po’ scomodo, non vi sembra? Mettiamoci sul letto – disse Laun, dopo avere assistito alle loro effusioni.

Si denudarono ai piedi della scaletta, lasciando soltanto le scarpe con i tacchi alti. Le loro terga ondeggiavano con grazia voluttuosa, salendo i gradini che portavano al soppalco. Raggiunto il letto quadrato, che lo occupava quasi per intero, si gettarono ancora l’una sull’altra.

– Si gioca a ruzzolamela – disse Nam.

Mentre si rotolavano sul letto, Laun afferrò una delle natiche di Hohog e la tenne ferma, poiché non aveva fretta.

Dopo aver concluso con lo spazzacamino, riprese in mano il frustino posato sulle lenzuola e scese in piedi sul pavimento. Hohog si avvicinò carponi e cominciò a pulirlo con la bocca, preparando così il piacere di Nam che lo attendeva supina, le cosce ben aperte.

– Vieni qui! – le disse Laun.

Nam scese agile dal letto e si mise in piedi accanto a lui, che l’accarezzò a lungo con il frustino. Quando piegò le ginocchia, Laun gettò il frustino e si avvinghiò alle sue reni. Nam gemeva e Hohog pronunciava parole d’incitamento, poi anche lei scese dal letto. Prese la siringa, nascosta sotto il materasso; e attese il momento dell’orgasmo, per iniettare nel maschio il narcotico di Jiljìn. Rapido fu l’effetto, intenso il sentimento di trionfo nel vederlo crollare sulle lenzuola sgualcite.  Le piacque anche l’idea di verificare, con la pressione del medio, che si fosse addormentato profondamente.

 Nam la guardava a bocca aperta, poiché non era in grado di capire ciò che stava accadendo.

– Succhia!

Soggiogata dalla volontà della sua amica, obbedì come un automa, prendendo in bocca in tutta calma il dito che lei aveva immerso nelle viscere di Laun.

– Un uomo prestante – disse Hohog con il dito ricurvo – ma non ti sembra un po’ insipido?

21

Esaurito l’effetto del narcotico, Laun si svegliò tra le pareti di una cella. La sorpresa iniziale fu scacciata dalla sofferenza, che lo assalì con artigli acuminati. Doveva durare finché non avesse confessato. Quali colpe? Lo ignorava.  Comprese che la sua era una prigione speciale, poiché non gli veniva contestato nessun capo d’accusa. Per facilitarlo gli venivano forniti dei questionari, ai quali avrebbe dovuto rispondere nel modo giusto. Laun non sapeva nulla dell’iperphone che provocava l’encefalite emorragica; e soltanto dalle domande formulate nei questionari riusciva a intravedere gradualmente quali fossero i termini della questione. Comunque era risoluto a sottoscrivere qualsiasi cosa, anche la più assurda. Dopo aver sopportato le prime torture, si rese conto con irrefutabile chiarezza che avrebbero spezzato la sua resistenza e quindi era assurdo arrivare fino al limite estremo. Non vigliaccheria ma saggezza “confessare” in tempi brevi. Purtroppo, però, gli sfuggivano ancora i dettagli: avrebbe dovuto inventarli. E poi avrebbe dovuto anche autopersuadersi della veridicità della sua confessione, per essere credibile. Gli sarebbe riuscito?

Nella cella senza finestre, illuminata giorno e notte, perdeva la nozione del tempo. Gli teneva compagnia soltanto la sua ombra.

– Mi sembri più netta e scura del solito.

– Più scura? Non lo so, di certo più compatta. Tu invece mi sembri più magro. Sei quasi diafano.

– Lo credo, con la brodaglia che mi danno da mangiare. Ma dimmi, come hai fatto a ritrovarmi, su quella panchina nella nebbia?

– Dopo essere fuggita dal deposito, ho vagato a lungo senza una meta. Poi, quella notte, ho sentito la tua voce. E’ stato un colpo di fortuna.

– Non parliamo di fortuna, per favore. Credo proprio che mi abbia abbandonato.

– Sei stato imprudente; e la fortuna non è la tua balia, ma una grande ruota che gira. Quando sali verso l’alto, devi sapere che dopo scenderai. Se invece scendi verso il basso, puoi nutrire la speranza di risalire.

– Come si fa ad arrestare la corsa verso il basso?

– Non c’è modo. La ruota non si ferma. Dopo aver toccato il fondo, allora si potrà risalire.

– E la saggezza? Non serve a niente?

– Sì, può servire a limitare i danni, ma il potere della fortuna è più grande.

– Nonostante quella benda nera, che porta sugli occhi.

– La saggezza è umana, la fortuna divina; e non ti deve nulla: tu stesso devi difenderti dalla malvagità dei karmyniti. E’ stato Ab Lefner a condurti qui. Ha ordito un piano per salvare il ministro Milig, scegliendoti quale capro espiatorio. Molti altri languirono in questa cella, che erano del tutto innocenti. Hai mai sentito parlare di un certo Nigromontanus?

– Nigromontanus?…

– Era uno scienziato, o meglio un sapiente, che aveva messo a punto un procedimento per raffinare le rune, molto più semplice ed efficace di quello attualmente in uso. Khrukpe riuscì a farlo imprigionare per bassi motivi di rivalità accademica e i risultati del suo lavoro furono distrutti. Ebbene, se ti dicessi che Nigromontanus ha passato molte notti insonni su questo stesso tavolaccio, che ora ti serve da giaciglio? Guarda un po’ se c’è rimasto qualche segno…

Le mani tremanti del carcerato frugarono nella paglia e scoprirono la formula magica che il vecchio prigioniero, servendosi d’un sottile cucchiaio, aveva faticosamente inciso nel duro legno.

Erwin Laun non credeva ai suoi occhi: l’ombra aveva detto il vero e la missione era compiuta. Si girò verso la  figura impalpabile, così netta che sembrava in rilievo sulla calce; e si appoggiò alla parete per abbracciarla.

– No, non farlo – disse l’ombra sfuggendo – non hai da ringraziare me, se la ruota gira.

22

Milig si alzò dal letto al tramonto, cigni neri sulle acque rosate del lago gli parvero di buon auspicio e chiamò Selma perché anche lei li vedesse.

Le lampade già brillavano presso i tavoli sistemati nel parco, tra il buffet e la piscina; si udivano le voci degli altri ospiti salire indistinte dalla notte incipiente; e si affrettarono a raggiungerli.

Sul tavolo del buffet era esposto in bella mostra quanto di meglio Karmyn-ha potesse offrire in fatto di carni, di verdure e di formaggi. Salutarono per primo Khrukpe, nella sua qualità di anfitrione. Tutti lo chiamavano «Prof», in un modo che aveva dell’ossequio e sonava al medesimo tempo amabilmente confidenziale. Era seguito da Hornbor, al quale illustrava la bontà della pecora con lo stufato di fave. Dopo il nano androide, splendeva la bellezza extragalattica di Vale Schung, un’escort che sembrava un’attrice di film erotici. Si accostava al buffet anche il robot Finn Gramberg, cancelliere supremo del tribunale, occhi di piombo e antenne argentate. La bocca carnosa sembrava pregustare il sapore del carpaccio equino, ma si cibava soltanto dell’involucro di plastica. Milig si servì una bistecca di manzo con i funghi, mentre Selma si gettava con grazia famelica sui formaggi e la mostarda di frutta.

Dopo aver stappato tre bottiglie di spumante ben freddo, un giro nel parco con nonchalance, il calice tra le dita. Nel cielo velato brillava una luna così vicina, che sembrava di poterla toccare. Khrukpe portava una torcia, il cui fumo aromatico serviva a scacciare gli ematofagi annidati nel rigoglioso fogliame, che avrebbero potuto arrecare, con la loro insidiosa puntura, degli accessi febbrili.

Mentre passeggiavano fra le splendide aiuole, uno squillo richiamò l’attenzione del gruppo. Era l’iperphone di Gramberg. Una chiamata urgente lo informava che il Palazzo di Giustizia stava bruciando.

Fin dal mattino i nani dell’Unione mineraria si erano radunati in Sun’s Road. All’origine della loro protesta i numerosi incidenti sul lavoro, causati dall’insufficienza delle misure di sicurezza.  Più tardi un altro corteo, proveniente dai sobborghi, aveva raggiunto il Palazzo di Giustizia per protestare contro l’assoluzione del bancarottiere Delaiena. Nel pomeriggio una massa di popolane scalmanate, richiedendo pene più severe per gli evasori fiscali, aveva cominciato a saccheggiare i bar e i negozi di Sun’s Road. Al tramonto i robot della polizia venivano travolti, il Palazzo invaso dalla folla.

Tali notizie, riferite da Gramberg, lasciarono il gruppo di vip un poco sbigottito. Il braccio di Khrukpe, che teneva alta la fiaccola, si abbassò. Milig si riavviava nervosamente i capelli. Selma portò le mani a coprire gli occhi per non vedere Hornbor, che si rifugiava sotto la gonna di Vale Schung. Soltanto lei, la bella extragalattica, rimaneva impassibile come un’algida stella.  

Frattanto il nano aveva infilato la chiave nella serratura. Croc croc… Quando vide il prigioniero, fu preso da un tic nervoso: non aveva dimenticato la bizzarra metamorfosi dell’ombra. Anche il recluso rimase sconcertato alla vista di quel nano. Tamarr! Com’era possibile che un contrabbandiere facesse la guardia carceraria?

Infine capì dalle sue parole confuse che il nano rivoluzionario era venuto a liberarlo, le guardie erano fuggite e gli insorti aprivano le celle ubicate nei sotterranei del Palazzo di Giustizia. 

Prima di abbandonare la segreta, Laun pensò bene di ricopiare sulla pagina di un questionario i simboli di Nigromontanus; quando si voltò, Tamarr non c’era più, ma la porta era aperta e corse fuori con la formula. Trovò lo stretto corridoio ingombro di gente e seguì la direzione del flusso fino alle scale, che portavano al piano terreno, già invaso dal fumo. Attraversò una sala, un cortile e quindi il portone, spinto fuori come un tappo dalla folla effervescente.  

23

Sulla strada aleggiava una foschia rossastra e Laun camminava guardingo, recandosi verso l’abitazione di Nam e Hohog. Ripensava ancora all’ultima partita a tre, che aveva giocato con troppa fiducia, e alle chiavi di casa che, spogliandosi, aveva  depositato sulla sedia. Avvertì una dolorosa contrazione allo stomaco. Era la fame, che cominciava a farsi sentire. Si fermò a mangiare qualcosa nel pub, le cui luci brillavano non lontano dall’abitazione delle due amiche.

– Pronto, Nam? Sono Def…

– Dove sei?

– Sono qui al pub.

– Vuoi salire?

– No, è meglio se scendi tu; e riportami le chiavi, per favore. Ti aspetto qui.

– Come vuoi.

Il locale era semideserto e fece in tempo a mangiare un panino, prima che lei arrivasse.

– Che ci fai da queste parti?

– Avevo fame, ma non ho un soldo – rispose Laun.

– Non ti preoccupare, ci penso io – disse Nam sedendosi.

– Le vuoi bene? – domandò lui.

– A chi?

– A Hohog.

– Se n’è andata.

– Ah, sì? E dove?

Nam lasciò i soldi sul banco e si alzò dallo sgabello, quasi tremante. Il pub stava per chiudere.

La nebbia era salita e non poteva distinguere il suo volto. La voce di lei uscì come dal nulla:

– Posso fidarmi di te? – domandava.

– Senza dubbio – rispose Laun sorridendo.

Lo prese silenziosamente per mano e si avviarono verso casa. Arrivati al quinto piano lo fece entrare e richiuse la porta a chiave. Lo invitò a sedersi e gli versò da bere.

– E quindi?

– E’ di sopra.

– Ma non se n’era andata? – così dicendo, Laun si alzò e si avviò verso il soppalco.

Sul letto giaceva nuda Hohog. Un dildo allacciato in vita e un collare di cuoio nero, punteggiato di piccole borchie, ancora stretto intorno al collo. Laun le sentì il polso, quindi lo lasciò ricadere e tornò di sotto.

– Di che cosa è morta?

– Qualcuno l’ha uccisa – rispose Nam con la voce strozzata e scoppiò in un pianto dirotto.

– Strangolata?

Nam annuì.

– Chi è stato? Lo sai?

Lei taceva, mentre il suo pianto si faceva più intenso e disperato; non c’era bisogno d’insistere: una silenziosa ammissione si leggeva negli occhi dal trucco disfatto.

– Devi aiutarmi – gli disse.

– Che cosa posso fare?

Lei allargò le braccia e disse:

– Non possono trovarla qui.

– E invece tu?

– Io… tornerò sul mio pianeta.

Sul tavolino c’era una scacchiera e Laun domandò:

– Giocava a scacchi Hohog?

– Sì – disse Nam – e anche piuttosto bene.

Laun prese in mano un cavallo, lo guardò perplesso, poi lo rimise al suo posto dicendo:

– Bisogna portarla da un’altra parte. Prima, però, occorre vestirla.

Poiché il rigor mortis non era ancora sopraggiunto, non fu difficile avvolgerla in un chimono e infilarle un paio di scarpe basse, dopo avere tolto il collare nero e il dildo rosa. Per coprire il segno dello strangolamento, le misero una bella sciarpa e poi chiamarono un taxi.

Salirono tutti e tre sul sedile posteriore e si diressero verso il mattatoio equino, fingendo che Hohog fosse ubriaca. Nei paraggi discesero dal taxi e Nam pagò l’autista, che ripartì. Laun le portò entrambe, la viva e la morta, nel cortile dove venivano squartati i cavalli. Dopo aver rotolato il corpo fuori dalla sua veste, lo adagiarono sopra una carcassa e se ne andarono alla chetichella, con il chimono e le scarpe. Nam tornò indietro a prendere la sciarpa.

24

Spinto dai morsi della fame, andò a rovistare negli scaffali di cucina, ma c’erano soltanto delle pillole nutritive. Ne mandò giù una con un lungo sorso di succo d’uva, che aveva in un cartone, e ritornò nella stanza da bagno per aumentare il getto dell’acqua calda. Nella vasca si formava rapidamente una schiuma abbondante e l’ex carcerato vi s’ immerse come una rana in guazzetto. Si stava rilassando con la testa appoggiata al bordo della vasca, quando udì il bip bip della ricetrasmittente. Non si aspettava una risposta così presto… Si prese tutto il tempo necessario per lavarsi bene, poi si asciugò accuratamente ed ascoltò l’eterogramma. Non riguardava la formula di Nigromontanus, che aveva appena inviato, ma la pergamena rinvenuta nel covo di Tamarr. La decodificazione del testo era stata effettuata. Purtroppo dimostrava, con un complesso calcolo astronomico, che il destino di Karmyn-ha era segnato. La luna, già penetrata nella sua atmosfera, lo avrebbe sospinto verso il sole, e il magma interno si sarebbe riversato sulla superficie del pianeta attraverso innumerevoli fenditure.

Laun si sentì mancare il terreno sotto i piedi. Alla spossatezza si aggiungeva lo shock prodotto da quelle spaventose notizie. Tentò di riprendersi con un bicchiere di succo d’uva, ma si buttò sul letto e si addormentò di colpo. Lo risvegliò il tocco di due mani che accarezzavano i suoi bicipiti. Nell’oscurità assoluta, sentì la voce di Oshura:

– Ti piace il massaggio? – diceva.

– Come sei entrata? – domandò Laun.

– Ero già qui quando sei arrivato; mi sono nascosta dietro la tenda.

– Sì, ma come hai fatto ad entrare?

– Ho una copia delle chiavi.

– Sì, ma…

– Mi hanno affidato la sorveglianza della tua dimora.

– Ti hanno scelto tra le guardie personali di Milig?

– Proprio così. Spero ti faccia piacere.

– Hai ascoltato l’eterogramma della Stazione orbitante?

– Sì, e so pure chi sei. Altro che carciofo, tu sei un individuo capace di tutto.

– Anche di captare le onde elettromagnetiche della tua mente.

– E lo sai cosa penso?

– Sì, pensi che se mi reco al Porto delle Tre Galassie non mi lasceranno salire sull’astronave, perché verrò arrestato di nuovo.

– Il Porto è tuttora sotto il controllo delle forze governative. C’è la tua foto nel posto di polizia, con la scritta «molto pericoloso».

Laun accese la luce.

– Tu sai che non sono pericoloso. Guardami bene negli occhi. Io posso salvarti. Vieni con me sulla Stazione orbitante.

– E poi? – domandò Oshura, allargando per un attimo le pupille viola.

– Poi andremo nel Mondo 48. Karmyn-ha è destinato a dissolversi.

– Diventerà un pugno di cenere.

– Allora sei d’accordo?

– Il problema è che noi apparteniamo a mondi molto diversi. Io non sono umana. Come potrei sopravvivere nel Mondo 48?

– E’semplice. Potresti fare la guardia del corpo. Del mio.

Oshura rise e gli mostrò un rettangolo di plastica.

– E’ la carta d’imbarco per l’astronave straordinaria, diretta sulla quarta luna di Giove. Ti porterò con me.

Laun si alzò e indossò una tunica verde.

– E come faremo ad eludere la sorveglianza?

– Sarai il mio prigioniero. Deportato sulla quarta luna di Giove.

– Ma io non ho nessuna intenzione di andarci. Voglio raggiungere la Stazione orbitante.

– L’equipaggio dell’astronave è composto dagli esponenti dell’Associazione culturale per l’ibridismo vegetale. Sono esseri completamente innocui.

– Chi c’è nella cabina di comando?

– Un pilota che si chiama Bal Daz, disposto a lavorare per il miglior offerente. Il secondo è un robot, Pik Farn. Una gran testa di quarzo, ma basterà togliere qualche vite, per neutralizzarlo.

– Va bene – disse Laun – tentiamo la sorte.

Quiva Oshura annuì.

25

   Il pilota indossava un giubbotto bianco, stretto in vita da un’ampia cintura nera, e un paio di pantaloni attillati, che terminavano all’interno di uno stivaletto argentato. Non pronunciava parola, ma gli occhi sembravano registrare qualsiasi cosa con estrema rapidità. Mentre l’astronave si allontanava nello spazio siderale, l’immagine del pianeta riprodotta nei quadranti mutava aspetto. Quello che a centomila chilometri era un globo grigio e azzurro, a trecentomila emetteva una vibrazione colorata calda, dapprima quasi impercettibile, che si trasformava assumendo le tonalità del rosa, arancio, rosso. D’un tratto il cuore di Bal Daz sobbalzò: l’emissione luminosa proveniente da Karmyn-ha significava che il pianeta aveva raggiunto una temperatura elevatissima. In quel momento Quiva Oshura bussò alla porta della cabina e chiese di entrare:

– Mi scusi, ma deve sapere qualcosa di molto importante.

– Le comunicazioni con la base sono interrotte – sillabava Pik Farn, il robot dalla testa di quarzo.

– Karmyn-ha sta implodendo – constatò Bal Daz, senza distogliere lo sguardo dai quadranti.

– Era ciò che intendevo dire.

– E come poteva saperlo?

– Il prigioniero che porto con me l’aveva previsto.

– Mi faccia parlare con lui – disse Bal Daz.

Il prigioniero indossava un completo gessato old fashioned, sul quale aveva messo un mantello grigio, e portava le scarpe di gomma che gli avevano dato nel carcere, griffate con la piccola bilancia, emblema della Giustizia.

– Non sono un essere marino come lei, poiché appartengo al genere umano – esordì Laun.

Il robot emise un fischio e sulla testa di quarzo s’accese una luce rossa.

– Mi consenta, vorrei disattivare l’allarme – disse Oshura – le garantisco che il prigioniero non ha intenzione di nuocere.

Bal Daz annuì e lei premette l’interruttore, che era situato sulla nuca di Pik Farn. La spia vermiglia si spense con un breve sibilo.

– Sono stato inviato su Karmyn-ha – proseguì Laun – per compiere una missione scientifica, ma ho ricevuto dai miei superiori l’ordine di anticipare il rientro. 

– Come ha saputo che il tempo di Karmyn-ha stava per finire? – domandò il pilota.

– L’ho scoperto nel corso della missione, che verteva su questa e altre questioni cosmologiche.

– E per quale motivo si trova in stato d’arresto?

A Bal Daz rispose Oshura:

– Quest’uomo è rimasto invischiato in modo del tutto accidentale in una questione politica, ma ho potuto constatare io stessa che non è mai stato emesso un regolare mandato di cattura nei suoi confronti.

– Che cosa vorrebbe adesso? – riprese Bal Daz.

– Intendo raggiungere la Stazione orbitante NIR4 e propongo di fare rotta in quella direzione – rispose Laun.

– Non è possibile! – esclamò il pilota.

– A mio modesto parere il ritorno a Karmyn-ha non è più possibile – spiegò Laun – e quindi il programma originario ha perduto il suo fondamento.

– Non avrebbe senso stabilirsi in un luogo inospitale come la quarta luna, né per me, né per lei, poiché non siamo degli ibridi – asserì Oshura, rivolgendosi a Bal Daz.

– Il Mondo 48 è caotico, ma pieno di possibilità per un pilota come lei – disse Laun – laggiù potrà mettere a profitto la sua vasta esperienza.

– Sono sicura che la sua professionalità potrà ottenere il riconoscimento che merita – suggeriva Oshura, incalzante.

– Il Mondo 48 è molto lontano – sillabò Pik Farn.

– Lo ammetto – disse Laun – ma da NIR4 è facile raggiungerlo.

– …e tremendamente volubile il genere umano – continuò il robot.

– Anch’io preferirei ritornare su Karmyn-ha – disse Bal Daz – ma purtroppo il mio desiderio non è realizzabile.

– Non mi fido, non mi fido – ripeteva Farn con ostinazione robotica.

– Lei è in grado di stabilire un collegamento via radio con NIR4? – domandò il pilota.

– Ci provo – rispose Laun.

26

– Lei mi fa sorridere – disse il robot, quando vide Laun con la cuffia.

C’è sorriso e sorriso. Quello di Pik Farn era molto simile ad un sogghigno, ma per fortuna fu di breve durata, perché Laun riuscì a stabilire il contatto e Bal Daz fece rotta sulla Stazione orbitante.

Gli ibridi che componevano l’equipaggio non si avvidero del mutamento. Tutti quanti profondamente addormentati, sognavano gli orti della loro colonia utopistica; tranne uno, il giornalista-cetriolo, il quale non sognava nulla.

Il puntino fantomatico della Stazione orbitante prese gradualmente la forma di un martello che volteggiava nello spazio fulgido di stelle.

– NIR4 ! – esclamò il robot.

Il pilota eseguì una perfetta manovra d’atterraggio. Gli astronauti furono accolti dagli squilli di tromba di una musica gioviana, ma alcuni ibridi si accorsero che quel gigantesco martello non poteva essere nemmeno per sogno la quarta luna di Giove. Bal Daz li rassicurò, dicendo che la variazione era dovuta a un problema tecnico. Si trattava di uno scalo provvisorio, sarebbero ripartiti quando fosse stato risolto.

Laun si tolse l’abito del prigioniero e indossò l’uniforme di maggiore, prima di essere ricevuto dal generale Rangel, che comandava la Stazione orbitante. Gli altri ufficiali erano davanti a una grande mappa celeste e il comandante gli porse il benvenuto, rallegrandosi per il felice esito della missione.

– Sempre in gamba, lei! Ora ci dia un consiglio, la prego – disse Rangel.

Gli ultimi due convogli di rifornimento, assaliti dai pirati delle stelle, non erano giunti a destinazione. Le provviste scarseggiavano pericolosamente e il terzo convoglio inviato dal Mondo 48 rischiava di fare la stessa fine.

Laun osservò la rotta tracciata sulla mappa celeste e suggerì una deviazione, che allungava notevolmente il viaggio, ma lo rendeva più sicuro. Poi parlarono della tragica fine di Karmyn-ha, determinata dall’azione del fuoco inestinguibile, che è all’interno di tutte le cose. Infine Laun chiese il permesso di portare con sé, nel Mondo 48, i suoi compagni di viaggio. Si riferiva a Oshura, Daz e Farn.

– Va bene, ma non posso rilasciare più di tre passaporti – disse Rangel – e di tutti gli altri che ne facciamo? 

– Sono ibridi – rispose Laun – e può farne ciò che vuole, signore.

Il comandante chiese ragguagli sulle varie specie vegetali che erano state ibridate con quegli esseri marini, sorrise in modo enigmatico e poi lo congedò.

I quattro salirono su un vascello piccolo ma ben armato, che fece rotta verso il Mondo 48. Gli ibridi rimasero sulla Stazione orbitante, sperando di riprendere il viaggio per la quarta luna; ma le speranze che essi nutrivano si trasformarono nel nutrimento che gli altri speravano. Infatti la loro presenza contribuì (in modo del tutto involontario) a risolvere il problema dei rifornimenti, offrendo al generale Rangel l’unica via d’uscita dalla situazione, altamente drammatica, che la pirateria aveva creato. Alcuni lessati, altri grigliati, altri ancora furono mangiati crudi, come il giornalista-cetriolo.

– Mangiarmi è facile, ma non sarà facile digerirmi…

Queste le sue ultime parole, commovente testimonianza di una vocazione profetica, che avrebbe potuto fare di lui un leader carismatico.

Quiva Oshura divenne un’indossatrice d’alta moda, ma non erano gli indumenti che portava egregiamente in passerella, bensì il pallore mortale del viso e la falcata prodigiosa delle sue gambe di giada, a mandare in delirio gli esseri umani del Mondo 48.

Bal Daz organizzò una serie di geniali colpi di mano ai danni degli istituti di credito e riuscì a mantenere sempre l’anonimato. Diventò talmente ricco da fondare un’associazione di beneficenza, che soccorreva le famiglie dei piloti caduti in volo.

Pik Farn si guadagnò da vivere come docente precario di sociologia delle comunicazioni. Ogni anno gli veniva assegnata una nuova sede.

– Che il genere umano fosse volubile lo sapevo, ma non fino a questo punto – disse all’amico Bal Daz, incontrandolo a un défilé di Quiva Oshura.

– Non ti lamentare con me – lo esortò Daz – so bene che il trasferimento non è un disagio, dal momento che lo fai in modo automatico.

– Per la barba di Eraclito – mormorò Farn e scosse lentamente la gran testa di quarzo.

– Come dici?

Daz non aveva mai sentito nominare Eraclito, ma Farn lasciò cadere nel vuoto l’interrogativo: si limitò a sorridere, con quel sorriso stranamente umanoide, tanto simile ad un sogghigno. Poiché era troppo concentrato sulle movenze delle indossatrici che sfilavano davanti a lui, non aveva prestato attenzione alla domanda; e l’amico si accingeva a formularla di nuovo, quando sopraggiunse Erwin Laun, che li invitò a bere qualcosa… ma questa è già un’altra storia.        

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