Il mondo che verrà

di Roberto Giardina

Download PDF del “Il Mondo che verrà”

Nell’estate del 1907, il giovane ingegnere amburghese Hans Carstop arriva a Davos per visitare il cugino in sanatorio. Vi rimarrà prigioniero anche lui. E´ l’inizio de “La montagna magica”, traduzione più esatta e evocativa del vecchio e pur bello “La montagna incantata”. Thomas Mann pubblicò il romanzo nel   1924, ma iniziò a scriverlo nel 1912, alla fine di quella che era definita la Belle Epoque, un tempo in cui ci si voleva illudere che il futuro sarebbe stato migliore, un progresso senza fine.  Per Thomas Mann gli ospiti nel sanatorio sulle montagne rappresentano il vecchio mondo, in attesa della guarigione o della morte. Quando Hans torna a casa va incontro alla guerra. Nulla sarà come prima.

Nel 1907 nacque mio padre e da adulto ho capito quel che avrei dovuto capire da ragazzo, viveva i miei stessi anni con altre sensazioni. La prima metà della sua vita non fu facile. Nato a Pavia, giunse a Palermo quando l´Italia entrò in guerra, seguendo il padre professore universitario (la famiglia era siciliana). Mi raccontava che alle elementari veniva insultato dai compagni come “il tedesco”.

Avevano le idee confuse i bambini palermitani. E non solo loro. I padri morivano tra le nevi sul Carso, senza sapere dov’erano e perché. Quando mio padre giunse al liceo, Mussolini compì la marcia su Roma. Poi arrivarono le guerre coloniali, io nacqui dieci giorni dopo l’inizio per l´Italia dell’ultima guerra. Ricordo le bombe su Palermo, e avevo meno di un anno. Quando lo racconto è difficile convincere che non mi inganni, che mi immagino di ricordare i racconti dei miei genitori. Ma è vero, ho trovato lettere di mia nonna che confermano le miei immagini confuse e molto personali: non avevo paura perché guardavo mia madre che fingeva di non aver paura. Per me era normale.

Ma il mondo di mio padre cambiava lentamente. Io andavo in calesse dalla villa di mio nonno alla spiaggia vicino a Palermo. Giocai a calcio tra le colonne del tempio di Segesta, vecchio di millenni. Non era un sacrilegio, le palle di gomma non sfregiano le antiche pietre. Nei miei album a fumetti gli uomini conquistavano la luna. Un futuro lontano, invece era il mio domani.

Quando andai alle elementari si aveva paura della tubercolosi, il mal sottile di cui soffrivano i malati privilegiati nel sanatorio di Davos.  In Sicilia erano malati i giovani reduci della guerra finita con le bombe atomiche a Hiroshima e Nagasaki, ma di rado si moriva grazie alla penicillina, che non arrivò in tempo per salvare mia nonna morta di polmonite.

E´ scontato, troppo facile, il paragone tra la tisi della Belle Epoque e il Covid di oggi. Le cure sulla Montagna magica non davano diritto alla guarigione, la morte era attesa con fatalità. Muore giovane di tisi la Diotima amata da Hölderlin, cioè Suzette Gontard, e il poeta si richiude nella torre di Tubinga per 36 anni, come noi prigionieri delle misure anticontagio. Morivano tutti giovani gli eroi del romanticismo, di tubercolosi nei romanzi e nella realtà: due delle sorelle Bronte, Emily e Anne, e il fratello Branwell, a 29 anni il poeta Novalis e a quindici anni il suo primo amore Sophie,  a 33 il pittore Philipp Otto Runge.

Noi pretendiamo dalla scienza una sicurezza assoluta, elargita gratis dallo Stato. Ma ci ribelliamo alle misure di sicurezza in nome della libertà e della democrazia. A morire saranno gli altri. Pensiamo di essere diversi dai padri e dai nonni. Perché andiamo più veloci, invece di mandare una lettera comunichiamo all’istante online con l’altra parte del mondo. Ma è un’illusione, siamo sempre gli stessi innanzi alla paura di un male che non riusciamo a controllare..

“Il colera dilaga da mesi…e non si hanno notizie dal governo”, scrive un corrispondente tedesco da Parigi. A firmare l’articolo è il poeta Heinrich Heine nel 1832. Con i versi non si campa, ieri come oggi, quindi scrive per i giornali. E´ un cronista attento, le sue corrispondenze rivelano una straordinaria coincidenza con quel che avviene a causa del Corona.

A Parigi, meno di un milione di abitanti all’epoca, le vittime saranno settemila le prime due settimane, e in totale 20mila, tra cui il primo  ministro Casimir Périer, come se oggi il virus avesse provocato 60mila morti a Roma o a Berlino. Vengono sepolti in fretta, senza pietà. Ma la sera si balla, si beve champagne nei salotti. Si curano i colerosi con bagni caldi, con aceto sale e senape.

Non c’è il web, ma le fake news si diffondono di bocca in bocca. Si dà la caccia agli untori, a Parigi i feriti sono decine, i morti sei. Due sorpresi con una polverina bianca vengono linciati in Rue de Vaugirard. Era cloruro considerato un rimedio al colera. La gente affolla i boulevard, osserva Heine, alcuni portano una mascherina, e vengono presi in giro, come l’ultimo week-end nella movida di Trastevere. Si diventa insensibili, “nello scrivere quest´articolo vengo disturbato dalle urla del mio vicino in fin di vita”, confessa il poeta. In realtà, intende il contrario, è emotivamente coinvolto: “I salotti mentono, cioè coloro che detengono il potere…e mente l’opposizione, non volontariamente, credono ciecamente a quel che dicono.”

Anche Thomas Mann, sempre lui,  per  “Morte a Venezia” (1912), prese lo spunto dalle notizie di cronaca sul colera nella Laguna. Il colera impeversava nella città lagunare, ma le autorità tacevano per non allontanare i turisti. Il 29 maggio del 1911, il Wiener Tagblatt, informa che a Graz è morto per il colera l’impiegato delle poste, Anton Franzky. A Venezia, ha mangiato ostriche e cozze. La moglie, i figli, gli amici vengono messi in quarantena. Thomas Mann, in vacanza al Lido, legge il giornale, il due giugno torna precipitosamente a Monaco. Il 4 giugno, le autorità veneziane smentiscono. “Gli italiani tacciono, denuncia il Berliner Volksbaltt, al contrario dei cinesi che hanno reagito prontamente”. I veneziani hanno paura di perdere i turisti in occasione delle celebrazioni per i 50 anni dell´unità d´Italia. I morti sarano 4228. A marzo del 2020, è morto un mio vicino di casa a Berlino, un amico. Era andato in vacanza a Ischgl, stazione turistica, e primo focolaio del virus in Austria. Gli austriaci tacquero a lungo per non perdere la stagione sciistica.

La paura del contagio, che giunge a un tratto, per cause sconosciute, non si sa dove, e fa  strage, senza che si abbia un rimedio, oltre alla preghiera, invocare il perdono di un Dio che punisce i nostri peccati, è radicato profondamente nell´inconscio dell´umanità. In ogni continente, ovunque c´è il ricordo di un´epidemia, di un male oscuro, appena ieri. La spagnola mieté milioni di vittime in Europa, un secolo fa.

Già il nome, spagnola, tradisce la volontà di trovare un colpevole. Che è sempre l´altro, uno straniero, un nemico. La sifilide era per noi il mal francese, e per i francesi il mal napoletano. Ci siamo infettati sbarcando nel nuovo mondo, al di lá dell´Atlantico, o l’abbiamo portato noi tra gli Inca, gli Aztechi? Inevitabile citare “I Promessi sposi”, le pagine di Manzoni sulla peste a Milano, gli untori che passavano di casa in casa a spargere il male, seguiti dai monatti che raccoglievano i morti. E a noi è giunto l´aids, subito abbiamo voluto trovare un´origine lontana, o un colpevole non umano, le scimmie. O l´untore era tra noi, l´aids creato in un laboratorio come un´arma batteriologica da usare contro il nemico. L´untore una figura manzoniana? Ci crediamo sempre nel XXI secolo.

L´ebola in Nigeria, nel 2014 sarebbe stata propagata da un untore, un certo Patrick Sawyer che si vendicava credendo di essere stato infettato da una sua amante. L´untore potrebbe essere chiunque, uomo o donna che ci seduce. Ma ci rassicura perché possiamo dare un nome, un volto, alla malattia, o al male.

E la peste punisce il “cattivo”. Perché il male è sempre un castigo divino, una piaga biblica, o un capriccio degli dei dell´Olimpo. Quando ignoravamo microbi e virus, ancora più grande era il terrore. Facile l´etimologia di malaria, l´aria mala, guasta. Come ci si difende se ci infettiamo solo respirando? E le paludi pontine con la loro aria velenosa erano alle porte di Roma fino a un vicino ieri.

Se non sappiamo trovare una difesa, dobbiamo inventare un nemico, l´untore. Erano gli zingari che avvelenavano i pozzi, o gli ebrei. Il primo untore,  anzi un´untora, lo incontriamo da bambini, nella fiabe. La strega di Biancaneve offre una mela velenosa, ed è rossa, gustosa, tentatrice. Un colore fiabesco che è simbolo del sesso. La strega  appare laida, ma dietro l´apparenza si nasconde una regina bellissima. E letale. Il sesso uccide, da Biancaneve a “Morte a Venezia”.

Un editore americano si è ispirato al Decamerone e ha chiesto a 28 scrittori un racconto nel tempo del Covid. Forse l´idea doveva venire a un italiano. Ma quanti hanno aderito all´invito non hanno capito. Gli ospiti della villa di Boccaccio raccontano storie per distrarsi, per non pensare al male che li circonda. Invece gli americani hanno scritto racconti sul Covid. Non hanno saputo evadere dal presente. La letteratura non è più taumaturgica.

Meglio la salute o i soldi? E´ la domanda in questi giorni di emergenza, ma la sintesi è fuorviante: senza soldi non c´è salute, ma se usciamo per troppa fretta in nome del profitto o del salario per sfamare la famiglia, rimaniamo vittime del contagio, non ci sarà ripresa, o sarà effimera.  I governi, non solo il nostro, prendono misure estreme, che mettono in pericolo la democrazia. E molti si preoccupano. Siamo alla vigilia di un sistema totalitario? Siamo sicuri che dopo si tornerà indietro?

Si preoccupa anche Mario Vargas Llosa, Nobel per la letteratura. „Que la pandemia no sea pretexto para el autoritarismo“, non occorre tradurre, è il titolo del manifesto, pubblicato sul sito della sua fondazione „per la libertà“, firmato da 150 personaggi politici, ex capi di Stato e primi ministri, e intellettuali, alcuni anche italiani, di 23 paesi. Invece di alcune ragionevoli limitazioni alla libertà, avverte il suo manifesto, la pandemia è un pretesto per sospendere lo Stato di diritto, la democrazia rappresentativa, e perfino il sistema giudiziario.

Ritengo che una democrazia sicura di se stessa non debba avere timore di sospendere alcuni diritti per il bene di tutti. Questo è il problema. In uno Stato di diritto, posso rifiutare un´operazione o una medicina per motivi personali, credenze religiose, perfino superstizioni. Infatti è permesso, ad esempio ai testimoni di Jehova. Se non vuoi guarire, e rischi di morire, sono affari tuoi. Allora esco quando voglio? No, perché rischi di contagiare gli altri.

 Se tutti fossero responsabili non ci sarebbe bisogno di obblighi, e di leggi. Non  occorre che sia lo Stato a dirmi di lavare le mani. In una democrazia,  io obbedisco se ho fiducia, nel mio medico, e nel mio premier. Ma oggi il virologo emana le leggi, e il politico fa diagnosi. Decidono per me, e non posso neanche chiedere perché. Sempre sicuri, anche se cambiano idea.

Siamo sempre più veloci, e la Terra diventa più piccola, ma siamo più fragili. Per una folata di sabbia si blocca il canale di Suez e il mondo rischia l´infarto. Si fermano gli scambi commerciali tra l´Europa e l´Oriente, tra l´Italia e la Cina, imprese già in difficoltà a causa della pandemia rischiano di fallire, migliaia di posti sono in pericolo. Un seguito di piccole cause provoca un disastro mondiale. Gli aerei, le navi, persino le auto sono guidate dai satelliti, ma il capitano della nave container “Ever Given”, nella tempesta di sabbia che lo ha sorpreso nel Canale di Suez, ha dovuto navigare a vista, e si è incagliato contro la riva.

Un hacker adolescente in Australia può bloccare i computer a Londra o a Milano. Il matematico Edward Lorenz nel ´62 ideò una teoria del caos: “può il battito delle ali di una farfalla in Brasile provocare un tornado in Texas?” La conseguenza pratica dell´effetto farfalla è che i sistemi  complessi, come il clima o il mercato azionario, sono difficili da prevedere. Lorenz era uno scienziato, ma si ispirava a un racconto di fantascienza di Ray Bradbury. Si viaggia nel tempo, immagina, come turisti in un volo low-cost. Si raccomanda ai viaggiatori di non toccare nulla, non sostare neppure un sassolino, cambiare un minimo particolare nel passato, potrà cambiare la storia dell´umanità, il nostro presente. Un turista distratto calpesta una farfalla, al ritorno nel presente troverà un mondo diverso, persino la lingua è cambiata. Oggi il mondo è prigioniero in una sola magica montagna, e quando come il giovane Hans di Thomas Mann potremo uscire, finito il pericolo, ma non sappiamo cosa ci attenderà. Le previsioni sono sempre sbagliate, ma nulla sarà come prima. La pandemia è solo una cesura, tra ieri e oggi. Ma i cambiamenti erano iniziati da tempo, e non a causa del Covid.

 Noi ci illudiamo di poter cambiare il passato in cui viaggiano i turisti di Bradbury. Per ideologia e per arroganza. E, almeno virtualmente, cancelliamo la morte .Al computer si può tutto, anche continuare a far recitare Marilyn Monroe accanto a Mastroianni. Ma è una grottesca parodia. I morti vivono finché qualcuno li ricorda. Una foto un film fermano un istante per sempre. Per questo gli indios dell´Amazzonia credono che una foto rubi loro l´anima. Il ricordo sembra uguale, in realtà lo scomparso continua a mutare con noi. Ricordo mio padre a 30 anni, e ora scopro che  quel giovane potrebbe essere mio figlio.  Quando lasceremo la montagna magica, ci troveremo in un futuro molto simile al passato.

Share

Lascia un commento