La paura e la libertà

dal "Trattato del ribelle" di Ernst Jünger

Tratto da Il trattato del Ribelle (1951), §13-14. Traduzione italiana Adelphi, Milano 1990.

La paura è uno dei sintomi del nostro tempo. Tanto più essa suscita costernazione in quanto è succeduta a un’epoca di grande libertà individuale, in cui la stessa miseria, per esempio quella descritta da Dickens, era ormai quasi dimenticata. In che modo è avvenuto questo passaggio?

Se volessimo scegliere una data fatidica, nessuna sarebbe più appropriata del giorno in cui affondò il Titanic. Qui luce e ombra entrano bruscamente in collisione: l’hybris del progresso si scontra con il panico, il massimo comfort con la distruzione, l’automatismo con la catastrofe che prende l’aspetto di un incidente stradale. È un fatto che i rapporti tra i progressi dell’automatismo e quelli della paura sono molto stretti: pur di ottenere agevolazioni tecniche, l’uomo è infatti disposto a limitare il proprio potere di decisione. Conquisterà così ogni sorta di vantaggi che sarà costretto a pagare con una perdita di libertà sempre maggiore. Trattato del Ribelle | Ernst Jünger - Adelphi Edizioni

Il singolo non occupa più nella società il posto che l’albero occupa nel bosco: egli ricorda invece il passeggero di una veloce imbarcazione che potrebbe chiamarsi Titanic o anche Leviatano. Fintanto che il tempo si mantiene sereno e il panorama è piacevole, il passeggero quasi non si accorge di trovarsi in una situazione di minore libertà: manifesta anzi una sorta di ottimismo, un senso di potenza dovuto alla velocità. Ma non appena si profilano all’orizzonte iceberg e isole dalle bocche di fuoco, le cose cambiano radicalmente. Da quel momento non soltanto la tecnica abbandona il campo del comfort a favore di altri settori, ma la stessa mancanza di libertà si fa evidente: sia che trionfino le forze elementari, sia che taluni individui, i quali hanno conservato la loro forza, esercitino un’autorità assoluta.

I particolari sono noti e molti li hanno più volte descritti; fanno parte integrante della nostra esperienza più intima. Qui si potrebbe obiettare che in passato sono esistite epoche di terrore, di panico apocalittico, non orchestrate o accompagnate da questo carattere di automatismo. È questa una questione sulla quale non intendiamo soffermarci giacché l’automatismo diventa terrificante soltanto se si rivela una delle forme della fatalità, di cui anzi è lo stile precipuo, come nell’insuperabile raffigurazione che ne ha dato a suo tempo Hieronymus Bosch. Che il terrore dei moderni abbia delle caratteristiche particolari, o sia semplicemente lo stile che l’angoscia cosmica adotta oggi, in uno dei suoi perenni ritorni?

Non vogliamo soffermarci su questa questione, ma piuttosto rispondere alla domanda speculare che è quella che davvero ci sta a cuore: è possibile attenuare il terrore mentre l’automatismo perdura, o, come è prevedibile, mentre esso si avvicina sempre più alla perfezione? Non sarebbe insomma possibile rimanere sulla nave e conservare la nostra autonomia di decisione – ossia non soltanto preservare, ma addirittura rafforzare le radici che ancora affondano nel suolo originario? È questo il problema fondamentale della nostra esistenza.

È anche il problema che si nasconde dietro a ogni angoscia del nostro tempo. L’uomo si chiede in che modo gli sia possibile sottrarsi all’annientamento. In questi anni, in qualsiasi parte d’Europa ci si trovi a conversare, vuoi con amici vuoi con gente che non si conosce, il discorso si volge ben presto a temi generali e lascia trasparire un profondo avvilimento. Appare subito evidente che quasi tutti, uomini e donne, sono in preda a un panico che dalle nostre parti non si era più visto dagli inizi del Medioevo.

In una sorta di cieco invasamento, li vediamo tuffarsi nel loro terrore, di cui esibiscono i sintomi senza pudore alcuno. Assistiamo a una gara di spiriti che discutono animatamente se sia più opportuno fuggire, nascondersi o ricorrere al suicidio, e che, pur godendo ancora della completa libertà, già congetturano con quali mezzi e astuzie sarà possibile accaparrarsi il favore della plebaglia non appena questa si sarà impadronita del potere. Con raccapriccio ci accorgiamo che a nessuna bassezza costoro non darebbero il loro assenso se gli venisse richiesta. Eppure non mancano tra loro uomini sani e vigorosi, con una bella corporatura di atleti. Viene da chiedersi a che giovi tanto sport.

Ebbene, questi uomini, oltre che pavidi, sono anche temibili. L’umore balza in essi dalla paura all’odio dichiarato non appena si accorgono che le stesse persone che poco prima incutevano timore mostrano ora qualche segno di debolezza. Siffatte congreghe non s’incontrano soltanto in Europa. Dove l’automatismo guadagna terreno e si avvicina alla perfezione, il panico si fa ancora più tangibile: in America, ad esempio, esso trova il terreno che gli è più propizio, e si diffonde lungo reti più veloci del fulmine.

Già è un indice di angoscia il bisogno di sentire le notizie più volte al giorno; la fantasia si dilata e, girando sempre più vorticosamente su se stessa, finisce per paralizzarsi. Tutte quelle antenne su città gigantesche fanno pensare a capelli che si rizzano sul capo, sembrano evocare contatti demoniaci. Naturalmente l’Est non fa eccezione. L’Occidente vive nel terrore dell’Oriente e l’Oriente vive nel terrore dell’Occidente. In tutti i luoghi della terra si vive nell’attesa di spaventose aggressioni: a cui si aggiunge, per molti, il timore della guerra civile.

Il rozzo meccanismo della politica non è l’unica fonte di tanto timore. Oltre a quello esistono innumerevoli altre forme di angoscia, che implicano tutte quell’insicurezza che si appella incessantemente a medici, messia, taumaturghi. Tutto, infatti, può dare adito al timore. È questo, inequivocabilmente, più di qualsiasi pericolo materiale, il segno premonitore del declino.

In questo vortice, la questione fondamentale è se sia possibile liberare l’uomo dal timore. Obiettivo di gran lunga più importante che rifornirlo di armi o provvederlo di medicinali. Forza e salute sono prerogativa degli impavidi. Il timore, invece, stringe d’assedio anche – anzi soprattutto – chi è armato fino ai denti. Lo stesso dicasi per chi nuota nell’oro. La minaccia non si scongiura con armi o ricchezze, che sono e rimangono semplici strumenti. Timore e pericolo sono così intimamente connessi che è pressoché impossibile stabilire quale delle due forze generi l’altra. Ma data la maggiore importanza del timore, conviene incominciare di qui se si vuole tentare di sciogliere il nodo.

Quanto al metodo inverso, e cioè al tentativo di occuparsi in primo luogo del pericolo, è doveroso mettere in guardia dall’adottarlo. Non risolveremo mai la questione in quattro e quattr’otto fingendo di essere più pericolosi di quelli di cui abbiamo paura: è questo il classico rapporto che stabiliscono i rossi con i bianchi, i rossi tra loro, e domani, chissà, i bianchi con la gente di colore. Lo spavento assomiglia a un fuoco che si appresta a divorare il mondo. La paura, intanto, fa sempre nuove vittime. Chi mette fine allo spavento legittima con ciò stesso la sua pretesa al dominio: ed è il medesimo individuo che prima ha debellato la paura dentro di sé.

Inoltre è bene sapere che la paura non si lascia sconfiggere una volta per tutte. Né ciò consentirebbe di spezzare la catena dell’automatismo, anzi gli spalancherebbe le porte ai più intimi recessi dell’uomo. L’uomo che cerca consiglio in se stesso, trova ogni volta nella paura il proprio interlocutore privilegiato; sennonché la paura punta a trasformare il dialogo in monologo: soltanto qui infatti riesce a conservare l’ultima parola. Se invece la paura viene costretta al dialogo, l’uomo può a sua volta prendere la parola. Cadrà così la sensazione di accerchiamento e, oltre a quella dell’automatismo, comparirà un’altra soluzione. D’ora innanzi, insomma, ci sono due vie, o, per dire la stessa cosa con parole diverse, si è ristabilita la libertà di decidere.

Perfino nella peggiore delle ipotesi, nel caso della disfatta totale, rimane una differenza abissale, come quella tra il giorno e la notte. Una strada sale verso i regni dei grandi sentimenti, verso chi sacrifica la propria vita per una nobile causa, verso il destino di chi cade con le armi in pugno; l’altra scende invece verso le bassure dei campi di schiavitù e dei mattatoi, dove esseri primitivi hanno stretto con la tecnica un patto omicida.

Qui non si parla più di destini, qui ciascuno è solamente un numero. Se avere ancora un proprio destino o essere considerato un numero: è questa la decisione che oggi sta di fronte a tutti, ma che ciascuno deve prendere da solo. Il singolo è sovrano oggi esattamente come in qualsiasi altro periodo della storia, e forse oggi è ancora più forte. Giacché il singolo, più i poteri collettivi guadagnano terreno, più si rende autonomo dagli antichi organismi costituitisi nel tempo, e allora fa parte per se stesso. Diventa così l’antagonista del Leviatano, o addirittura il suo dominatore, il suo domatore.

Ma torniamo per un momento all’immagine del voto. Il meccanismo elettorale, come lo abbiamo visto noi, è diventato un concerto di automi, manovrato da un solo organizzatore. Il singolo può essere costretto, e di fatto lo è, a parteciparvi. Deve sapere però che le posizioni che gli è dato di occupare sul campo sono tutte ugualmente prive di valore. Dovunque la selvaggina si sposti, non ha nessuna importanza, se rimane comunque tra le tele dei battitori.

Il luogo della libertà è ben diverso dalla semplice opposizione, e non si trova neppure mediante la fuga. Noi a questo luogo abbiamo dato il nome di bosco. Qui sono a disposizione mezzi diversi oltre al semplice «no» da scrivere in una determinata casella. Siamo certo costretti a riconoscere che forse allo stato attuale delle cose soltanto una persona su cento è in grado di imboccare la via del bosco, ma qui non è questione di proporzioni numeriche. Quando il teatro va a fuoco, bastano una mente lucida e un cuore impavido per arginare il panico dei mille che si abbandonano a un terrore bestiale e rischiano la morte per soffocamento uno sopra l’altro.

Quando in questo libro si parla di singolo, si intende l’essere umano, privato però di quella specie di retrogusto che a questo termine è stato associato negli ultimi due secoli. Si intende parlare dell’uomo libero come Dio l’ha creato, l’uomo che si nasconde in ciascuno di noi, e non costituisce un’eccezione, né rappresenta un’élite. Se vi sono differenze, esse sono dovute esclusivamente alla misura in cui il singolo riesce a rendere operante quella libertà che ha avuto in dono. Per questo ha bisogno di aiuto – l’aiuto del pensatore, del saggio, dell’amico, dell’amante. Si può anche dire che nel bosco l’uomo dorme. Non appena aprendo gli occhi riconosce il proprio potere, l’ordine è ristabilito. Il ritmo superiore della storia può addirittura essere interpretato come il periodico riscoprirsi dell’uomo.

Esistono forze – ora totemiche, ora magiche, ora tecniche – che incessantemente gli vogliono imporre una maschera. Cresce, allora, la rigidità, e con essa la paura. Le arti impietriscono e il dogma diventa assoluto. Ma sin dai tempi più remoti si ripete la medesima scena: l’uomo getta la maschera, e allora subentra quella serenità che è l’immagine riflessa della libertà. Catturati nel gioco di potenti illusioni ottiche, siamo abituati a considerare l’uomo, se confrontato con le sue macchine e con l’arsenale della sua tecnica, un granello di sabbia. Ma queste illusioni sono e rimangono i fondali di una immaginazione gregaria. Come l’uomo le ha costruite così le può demolire, ovvero le può inserire in un nuovo ordine di significati.

I vincoli della tecnica si possono infrangere, e a farlo può essere proprio il singolo.

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