La Via Solare di Louis–Ferdinand Céline.

Di Marina Alberghini

L’Immaginario fantastico in Céline.

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Sono biografa di Céline (Louis-Ferdinand Céline, gatto randagio ed.Mursia 1200 pagine 2009) e autrice di saggi su Céline (Céline magico, e Il vizio di essere uomini, (su Céline medico) ed.Solfanelli 2018 e 2019).

Desidero ringraziare Eumeswil che mi ha dato l’opportunità di occuparmi nuovamente di questo straordinario uomo e artista che fu Céline, un’esperienza che si rivela sempre vivificante e straordinaria e densa di nuove scoperte.

Purtroppo il Covid mi impedisce di venire a parlarne di persona, ma non ho voluto rinunciare e dunque lo faccio qui  perché oggi è ancor più importante parlare di cose belle oltre il contingente, che così si trasformano in speranza.

Protagonista della grande Letteratura del Novecento e visto sempre come uno scrittore estremamente realistico fino alla brutalità, e dalla vita avventurosa fatta di sfide continue e affrontata con estrema concretezza, pochi sanno invece che Louis – Ferdinand – Céline fu anche vicino ai misteriosi messaggi che ci giungono dall’Altrove. Una Via Solare che si poneva in contrasto alla sua Via Dolorosa della denuncia.

Confesserà infatti che per lui, che possedeva un’immensa riserva di poesia e immaginazione, il quotidiano sarà sempre solo un duro dovere di denuncia. E in effetti Céline fu profetico e visionario come i Druidi ed ebbe molte esperienze di precognizione.

Come celtico, si sentì sempre figlio di quel Paese favoloso, nelle cui foreste occhieggiano creature come gli elfi, i folletti e le fate. Non a caso infatti Céline amò particolarmente Hieronymus Bosch, il Mago della Visione.

Un Céline visionario e inedito, dunque, che vi presento e che non è meno interessante e intrigante dell’altro Céline, l’uomo che sfidò e denunciò il Potere con una penna simile a una spada, fino a restarne stritolato.

Considerato dalla vulgata uno scrittore realistico fino alla brutalità, ricco di parole spiazzanti, spesso sconce e volgari, Louis – Ferdinand Céline fu invece anche vicino ai misteriosi messaggi che ci giungono dall’Altrove e nei quali credeva profondamente. Era infatti un essere dalla doppia personalità, una delle quali forzata in un uomo dalla sensibilità fortissima. Confesserà infatti che per lui, che possedeva un’immensa riserva di poesia e immaginazione, il quotidiano sarà sempre solo un duro dovere di denuncia. Per me la realtà è un incubo continuo, scriveva alla sua amante, la pianista Lucienne Delforge. Tutto risaliva all’impegno che si era posto dopo avere visto il vero volto crudele e distruttivo degli esseri umani nella Seconda Guerra Mondiale alla quale aveva partecipato come volontario.

Da allora definirà l’essere umano Una scimmia lubrica con uno spaventevole potere distruttore. E quando, alla fine della vita, da un giornalista gli verrà chiesto: <<Che qualità amate nell’ uomo?>> – risponderà: <<Non ne ha!… inutile… una scimmia… un hominide… l’uomo, non esiste… finzione di uomo!… E’ fallito in modo abominevole… nessuna virtù… nessuna qualità… per Dio! … Homo faber… buono giusto a fabbricare dei trucchi per andare sulla luna…  Loro pretendono di essere degli uomini… Proprio… razza di scimmie distruttrici… lubriche… un hominide… lubrico nella giovinezza, astuto nella vecchiaia… un hominide… sì, piccolo mio… un hominide… Ecce homo… fottiti!… Nihil homo… e vai!>>

E all’amico Elia Faure, un comunista idealista che voleva si iscrivesse al PCF e insisteva a  persuaderlo del contrario, con la solita solfa alla Rousseau dell’uomo che nasce buono ma è corrotto dalla società capitalista,  rispose: <<Elia, l’uomo è maledetto. Fin dall’ovulo esso è il Sonaglio della Morte.>>

Tuttavia il suo Io intimo era ben diverso da quello dello spietato denunciatore del Potere. <<Io sono celtico, prima di tutto>> – confiderà a Milton Hindus – <<Sognatore Bardico – Posso raccontare delle leggende con la stessa facilità con cui si piscia, una facilità che mi disgusta, degli scenari, dei balletti, quanti se ne vuole, mentre sto discorrendo, è veramente là il mio dono – io l’ho piegato al realismo per odio verso la crudeltà degli uomini – per il gusto della lotta – ma in realtà la mia musica è la leggenda.>>

Due Céline, dunque. Una scoperta, quella della sua doppia personalità, oggi particolarmente intrigante.

E forse il vero Céline è proprio lì nel mondo dell’immaginario e del paranormale e del suo mistero. Il suo “delirio” la sua facoltà di trasporre, nascevano da lì.

Il suo rifugio contro gli orrori del mondo che la sua penna denunciava spietatamente, sarà la Féerie. Ossia la Magia. L’Ammaliamento. L’Incantesimo. Il Mistero che si cela dietro alla realtà contingente. Ma anche qualcosa di più, almeno per come lui la definisce: <<Féerie è questo… l’avvenire! Passato! Falso! Vero! Fatica!… >>

Suo rifugio furono anche quelli che chiamava I Fiori dell’Essere, e cioè il mondo di entità e di  archetipi mitici:  la Danza, la Musica, la Leggenda, il Mito, i Castelli, l’Arte, il Mare, i Gatti, i Fantasmi, le Fate. Là dove regnano l’extrasensoriale e il paranormale, il mondo di quelle vibrazioni che lo scrittore chiamava le Onde, dalle quali confessava gli arrivasse il suo dire, e al quale hanno accesso solo pochi privilegiati, come gli artisti, i sensitivi, i mistici. Un mondo fatto di gioia, contemplazione, bellezza, mistero.

<<Il Fiore dell’Essere…Vi batte il cuore, tornate a vivere!…>> scrisse nel periodo del carcere, quando era distrutto nel fisico, anche se mai nel morale.

E che è anche il regno del Mito, ciò che travalica la ragione, perché per lui, <<La vita vista con la testa non vale più che vista da un pesce rosso. È un giardino alla francese.>>

E dunque non meraviglia questa sua invocazione: <<A noi dunque i simboli e i sogni! Tutti i transferts che la legge non colpisce ancora! Perché insomma è nel simbolo e nel sogno che noi passiamo i nove decimi della nostra vita, cioè del piacere vivente. Per quanto, saranno certo braccati, i sogni, un giorno o l’altro.>>

E anche: <<Proprio agli inizi del mondo le fate dovevano essere abbastanza giovani per non ordinare che delle follie… La terra allora era tutta in meraviglie capricciose e popolata di bimbi intenti a giocare (…) Danze di gioia!… in girotondi!…>>  La terza moglie, la danzatrice Lucette, devotissima a lui e che lo seguì nell’esilio, sarà per lui la Fata: <<Lili generosa come nessuna… generosa in modo totale! Come una fata!… la luminosa come nessuna!>>

Non è un caso dunque, che Céline abbia amato particolarmente due artisti antitetici, uno simbolo del naturalismo più crudo, l’altro della visione. Nel suo universo concreto, ma anche surreale e allucinatorio, egli sarà scortato da due grandi figure di pittori che si fanno emblemi del suo dire: Pieter Breughel il Vecchio e Jeronimus Bosch.

Breughel il Vecchio, detto dei contadini per le sue vaste cantate di vita popolare, incarnerà l’anima concreta, socialisteggiante, e polemica di Céline, lo spirito del Voyage, ma anche dei pamphlets e delle sue denunce come medico. Tra Céline e Breughel c’è anche un’identità di vita, e non a torto poteva chiamarlo “fratello”.

Ma andiamo al suo lato fantastico, che più ci interessa qui. Jeronimus Bosch rappresenta l’altra sua anima, quella allucinata e visionaria. Nel’39, alla vigilia della seconda guerra mondiale, lo scrittore scriveva all’amante Evelyne Pollet: <<La situazione? Sinistra… del Jeronimus Bosch in realtà, e il peggio sta arrivando, l’Apocalisse.>>

Bosch è la sua anima visionaria, apocalittica, che nella sua furia di vendetta e denuncia trasforma esseri e cose in mostri, come  Mauriac in Mantide Religiosa,  Sartre in Tenia fantascientifica,  Rajchmann in Rettile mostruoso, il fiume Spree nello Stige e, come in Bagatelles pour un Massacre, lo Scrittore Paludato soffocato nel suo carapace come una mostruosa tartaruga. E questo solo per fare qualche esempio. E se anche la denuncia di Bosch è profondamente morale, basta vedere Il carro di fieno, allegoria dell’avidità omicida e fraternicida dell’uomo, per capire che il pittore vede la realtà in modo allucinatorio identico alla trasposizione e al “delirio” céliniano. Il Delirio, che è per Céline <<… un discendere nell’intimità delle cose, nella fibra, il nervo, l’emozione delle cose, la carne e andar dritto fino in fondo, nell’intimità, in tensione poetica, costante, in vita interna (…) restare nella stessa convinzione, nella tensione intima una volta per tutte, nell’intimità della vita, e avere così in pugno la storia.>>

<<Devo entrare nel delirio, ribadirà, che tocchi il piano di Shakespeare, perché sono incapace di costruire una storia con lo spirito logico dei francesi… (…) devo sentire una risonanza, che lavori nel nervo, che abbia il buon contatto (…) Io non mi occupo mai della logica. Cerco di seguire, la buona pista, di toccare, di non lasciare, di arrivare fino all’ingresso della grotta, e poi entrarci, e allora il minimo suono della mia voce richiama mille echi… Ho… Ho… Ho… Io faccio Ho… e mi giunge la risposta.>>

E anche: <<Se la letteratura ha una scusa, è di raccontare i nostri deliri. Il delirio, non c’è che questo, e il nostro grande maestro, su tutti è Freud.>>

E’ un immaginario in cui per entrambi si muovono misteriosi flussi.

Cèline d’altronde, nella scrittura fu anche un pittore figurativo di Espressionismo astratto, e anche in parte surrealista, perché se è vero quel che diceva Leonardo, che la pittura è cosa mentale, è giusto che anche Céline si definisca, come fece,  un colorista delle parole. Solo un pittore, infatti, può descrivere così, in Féerie, i bombardamenti del Secondo Conflitto mondiale: <<(…) Mi schiudo gli occhi con le dita… voglio vedere i bagliori dell’atmosfera… ah, tutto ridivenuto luminoso… giallo…giallo… giunchiglia… Tutta l’aria!… Tutto il cielo!… Il Sacro Cuore!… Tutto! e di un vivo!… di un vivo!… violento!… (…) un giorno giunchiglia di un vivo, di un vivo!… Tutta l’aria! Tutto il cielo!… i tetti… tutta Parigi! se ne sareste abbagliati!… niente che i tetti! Il brillìo delle tegole!… gioielli! diamanti!… le bombe ci esplodono in fiori! rossi! rossi! in garofani! (…) C’è degli aerei che scaricano le loro tonnellate d’esplosivi!… bianchi… bianche farfalle d’aerei… (…) fiamme blu!… arancio!… verdi!… e delle gigantesche candele zigzag… (…) i grandi palazzi si sollevano!… alzano, vanno su!… i più grossi immobili! (…) … gialli!… verdi!… blu!… tutta la girandola ondula fra le stelle… si vedon le stelle fra la giunchiglia… i giardini crepitanti, fiammeggianti!… Si buttano alla caccia i mostri del Cielo! (…) i fiocchi di proiettili li inseguono attraverso le nuvole… in solchi verdi, blu, arancio… serpentine… serpentine graziose!… e bigodini crepitanti!… (…) scintillìo di fosforo e azzurro… (…) Ah, ma vedo l’abbazia di Saint Denis, appare sotto le fiamme! in opale gigante! Tutto a un tratto!… fantastico gioiello, direste! (…) ah un terribile fantastico! Incantesimi sì densi di colore che anche no artista come sono io[1] mi dico: perdindirindina! È un incanto che non ha prezzo! Una tale irruzione di bellezze scrollano l’universo! (…) ma là veramente è il cielo intero che sembra fondere… e poi da basso si vedono strade che volano… si strappano… salgono in serpenti fiammeggianti… turbinano… si torcono da una nuvola all’altra… una chiesa intera che parte si capovolge, tutto il campanile puntuto, fiammeggiante, a come un pollice!… (…) Il cielo in merletti di fuoco… (…). Allora là in quel momento accade qualcosa di straordinario, tutta una meraviglia davanti a noi… Anzi tra gli alberi e noi (…) ecco la Felicità! fiammeggia in bellezza, illumina… Cosa mai vista! è un enorme cespuglio di fuoco! e quali luci! rosate e verdi, scintillanti… con qualche fiore di luce giallo – blu picchiettato nei petali… tutto stò cespuglio di fuoco pulsa… palpito anch’io… con lo stesso palpito delle rose… e poi ecco altri profumi… è una specie di anima dei fiori che viene… di dolcezza, d’incanto… tutto quello che c’è di tenero nelle rose ci sfiora a tratti, ci inebria… quale estasi! rapiti… imbecilliti… inebriati…tutti persi di felicità!… (…) Io sono il fuoco!… Io sono fatto di luce!… Io sono il miracolo!… Non sento più niente!… Mi alzo!…Volo in alto!… Ah! è troppo!… Io sono uccello!… Io piroetta!… Uccello di fuoco!… (…) Dovunque attorno a noi… crépitano ora… volteggiano mille fiammelle… graziose banderuole di fuoco attorno agli alberi!… è la festa… la festa della natura… da un ramo all’altro… tremolanti… gioiose margheritine di faville, corolle vive… camelie ardenti… brucianti glicini… ondeggianti a mazzi… tra le onde musicali… il cuore delle fate… l’immenso mormorio della loro voce… il segreto di incanti e di sorrisi… (…) il mio sangue tutto in festa… palpita… palpita… il cuore mi si gonfia… io brucio… sono tutto una fiamma anch’io!… io danzo nello spazio!…>>

Ora qualcuno penserà che per avere queste sensazioni, Céline si drogava. Niente di più falso. Come medico fu un implacabile nemico della droga e anche dei drogati, che non gli facevano nessuna pietà, li considerava dei vigliacchi egoisti che vivevano, come scrisse, in un pagliericcio di sangue. Come uomo era contrario a vino e liquori, scrivendo: Io non crederò che a un bevitore d’acqua.

No, è semplicemente la prova di come un momento tragico e di morte si trasfiguri in bellezza tramite l’artista, ed è un mistero che si ripete ogni volta.

Tutta l’opera sua è anche uno spartito musicale. <<Ci vogliono dei soggetti “à vifs” 2 – di là i terribili rischi – per leggere tutti i segreti.>> scrive. <<La magia non è nelle parole ma nel loro giusto tocco – come nel pianoforte delle note – delle melodie, dello Chopin – delle note.>>

 <<Io non sono che l’artigiano di certa musica>> – scriverà a Evelyne Pollet – <<Cerco le mie note non importa dove, non3 importa dove le trovo, nella luce o nelle tenebre. Esse non sono che delle note. Nella loro sostanza, esse non mi interessano affatto. Io non sono che l’artigiano di una certa musica, e questo è tutto, e tutto il resto mi è infinitamente indifferente, incomprensibile, orribilmente noioso. Questo mondo mi appare straordinariamente pesante con i suoi personaggi calcolatori, insistenti, passivi, inchiodati ai loro interessi, alle loro passioni, ai loro vizi, alle loro virtù, alle loro diatribe. Pesanti, eterni, striscianti, tali mi appaiono gli esseri, abbrutiti, penosi di lentezza insistente. Pesanti. In sostanza, io non arrivo a classificare uomini e donne che per il loro peso. Essi pesano… Masticano venti ore, venti anni… lo stesso coito, gli stessi pregiudizi, lo stesso odio, la stessa vanità.>>

E in questa musica, dove ogni suo libro è scandito da una partitura diversa, il ritmo è fondamentale, per Céline, tanto che vi trova una metafora agghiacciante. <<Il ritmo – scriveva sempre in Féerie pour une autre foisI°  – è più forte della vita. La prova ne sono i vermi. Essi ritmano le vostre carni. Non c’è che da guardare le loro ondulazioni, le cento, mille, centomila! lo snervamento, il fremere delle viscere… Io sono sempre rimasto stupefatto di fronte alle necroscopie… Dunque avanti e onore al ritmo.>>

Una buona idea del ritmo céliniano ce la dà la canzone del Touit – Touit Club, in Guignol’s Band: <<Touit – Touit Mister! – Touit – Touit Sister! – Youipi Master! Couac! Couac! Couac!>> L’ azione è in questo contesto completamente sostituita da suoni onomatopeitici come Braam, Broum, Tic Tac, Vloumb, Vrang, Wraggo, che segnano il ritmo, che stavolta è di jazz, per scatenare l’ Emozione, protagonista del libro, e dei quali diamo un breve saggio: Youp! Oyé di oyé! Oyé! Yop! Oyé di oyé! _ Trott! Hi! Galop! _ Tiuit- Touit! Madam! Y scuy! T T M! _ Touit – Touit Mister! Touit- Touit Sister! Youpi Master! Couac! Couac! Couac! _ Trou lou lou la la ! la! la! la! la! _  Cloche! Cloche! Carillon! _ Ding! Dang! Dong! Dong! Ding! Dingue!!! _ Poum ! Pou! Pou! Poum!>>

Sono quanti di luce che si dispongono, solo apparentemente, a caso. Ed è un qualcosa che non era possibile esprimere con i mezzi della lingua classica ma con quella reinventata da Céline e che fa capo a Rabelais. Quel suo delirio musicale e allucinatorio è sostenuto, come in Swift, dagli acufeni che lo tormentarono per sempre  dopo la ferita in guerra. E dalle sue vertigini.

Un altro lato visionario e misconosciuto di quello scrittore concreto che fu Céline è il suo mito dei Fantasmi. <<Per star bene in un posto bisogna conoscerne i fantasmi.>> asseriva.

 <<Io non mi trovo bene che di fronte al NULLA ASSOLUTO, al vuoto.>> – scrive  a Milton Hindus. E quel vuoto per lui è abitato dai fantasmi. I fantasmi si aggirano da sempre nell’opera di Céline, che era anche un sensitivo ed ebbe molte esperienze extrasensoriali, di telecinesi e premonizioni. Ma come sempre lui parte dal quotidiano per dilatarlo in qualcosa di molto più inquietante, e così, in Mort à crédit, evocherà l’apparizione della sua portiera appena morta, mamma Bérenge: <<è troppo vecchia lei mamma Bérenge per farsi le scale… Di dove può essere sbucata?… Attraversa la stanza con molta dolcezza… Non tocca terra. Non guarda né a destra né a sinistra… Esce dalla finestra nel vuoto… Eccola che se ne va nel buio sopra le case… Sparisce laggiù in fondo…>> Là, dove si stende un paesaggio allucinante degno di Bosch: <<E allora ho visto chiaramente tornare le mille e mille barchette sulla riva sinistra… Ciascuna aveva dentro un morticino rannicchiato sotto la vela… e la sua storia… le sue piccole menzogne per prendere il vento… Arrivavano sulla place du Terte, là vicino, i morti. (…) Venivano soprattutto dal cimitero vicino, e ne arrivavano sempre, tipi poco distinti. Un piccolo cimitero quello anche di comunardi, tutti sanguinanti che spalancavano la bocca per urlare e non potevano più…. (…) Dei cosacchi fuggiti vicino al mulino non riuscivano più ad estirparsi dalle loro tombe. (…) L’orizzonte si sfuma nel bluastro e il giorno sale infine per il grande buco che hanno fatto uccidendo la notte per fuggire via. Bisogna sapere uscire dal Tempo. >> concluderà con questa frase misteriosa.

Bagatelles pour un massacre, il più osteggiato dei pamphlet, libri sui quali ancora oggi vige una incomprensibile censura, contiene pagine di indescrivibile bellezza surreale e quindi non è solo un attacco al Potere, in particolare a quello di Stalin e della casta ebraica capitalista,  ma molto di più. E’ anche fatto di strane parole, misteriose, sublimi parole con le quali nelle ultime pagine il suo autore si accomiata da noi, scortato dai fantasmi e dove è come il perdersi di tanto lottare e la sua inutilità, la caducità e fragilità delle cose che si stempera in altissima poesia e che vogliamo qua citare nella loro straordinaria bellezza, nel loro mistero: <<Nulla sfugge al tempo… solo qualche piccola eco… sempre più ovattata… sempre più rara… Che importa?… (…) E poi voilà… lentamente tutti si trasformeranno in fantasmi… e tutti… e tutti… (…) tutto si involerà via spettrale… louu!… louuu!… Si vedranno vagare sulle lande… Sarà un bene per loro…. Saranno più felici, molto più felici, nel vento… nelle pieghe dell’ombra… vlouuu… vlouuu… danzando in tondo… io non voglio più andare da nessuna parte… Le navi sono piene di fantasmi… verso l’Irlanda… o verso la Russia… Io diffido dei fantasmi… Loro sono dappertutto… io non voglio più viaggiare… è troppo pericoloso… Io voglio restar qui per vedere… vedere tutto… Voglio trasformarmi in fantasma qui, nel mio buco… nella mia tana… E farò a tutti… Hou! rouh!… Hou!… rouh!… Moriranno di paura… Oh mi hanno  tanto scocciato quando ero vivo… Ora tocca a me…>>

Questa sua metafisica era un qualcosa che veniva da lontano: Maga possente e benefica, evocatrice di incantesimi, sarà Nonna Céline Guillou, che campeggia nell’infanzia del futuro Céline stagliandosi favolosa tra le tremolanti luci d’acquario del Passage Choiseul, dove la famiglia Destouches viveva, vero antro alchemico in cui le vetrine del negozio di famiglia, una sempre buia, l’altra sempre illuminata, si trasformano  per lui un grande occhio minaccioso e guercio. Lui la ringrazierà prendendo il suo nome quando, come artista, entrerà a pieno titolo in quel mondo. 3

La Nonna lo porta nei luoghi dove si celebra la Fantasia; alla Lanterna Magica e dal Mago Houdini, e tra le pagine di meravigliosi libri di fiabe che parlano dell’ Uomo dalla testa di Caucciù, del Regno delle Fate, di Barbablù, del Viaggio nella Luna, e dove il bambino imparerà a leggere. Di nascosto, s’intende. <<Nonna mi pagava anche questo – ricorderà Céline – (…) mi comprava sulle bancarelle “Le Belle Avventure illustrate”. Le nascondeva nelle brache, sotto tre grosse gonne. Papà non voleva che leggessi simili fatuità. Sosteneva che sono una distrazione, che non preparavano alla vita, e che invece l’alfabeto lo dovevo imparare sulla realtà delle cose. Mi faceva dei predicozzi sulla realtà della vita (…) Le botte, a quanto pare, non bastano.>>

Ma la semplice e tosta campagnola sa di essere nel giusto. Porterà Louis in mondi meravigliosi come quello degli Animali, degli Elfi, e, importantissimo per il suo futuro, in quello di Andersen dove gli oggetti quotidiani non sono esseri inanimati, ma creature vive, capaci di amore  e di dolore. Si deve certamente anche a Nonna ( Céline la chiamerà sempre con la maiuscola ) la descrizione allucinata della casa che crolla urlando sotto le bombe, che egli affrescherà in Féerie: <<A proposito degli scricchiolii degli edifici, ho vissuto dei naufragi, ho sentito gli scricchiolii delle stive, quando tutto sbullona, quando le strutture cedono… ebbene, quello è solo un mormorio, credetemi, rispetto a un edificio stritolato! (…) non ci si aspetta da una casa che ondeggi in tempesta… lei non è fatta per… il rompersi delle ringhiere, i tetti che si fendono, i mattoni a pioggia, è un’angoscia da cui non esci più, che non vuoi più restare vivo… è la sofferenza della materia di cui ti senti colpevole, che non dimenticherai mai, che ti rattristerà sempre. Ho inteso dei raps in seguito… altrove… quel rumore come dei tronchi d’ albero spaccati da trentasei scuri… è come un richiamo, ma da dove? È mica roba da ridere… dei suoni che ti si rimescolano dentro… però i rumori delle case sono peggio… che sanno più dove spenzolare, cadere, riprendersi… come perdere un muro?… due… tre… è la tragedia della materia… il fondo del mondo che vi supplica… (…)>>

La conclusione è, come sempre, amara: <<E’ qua che si vede l’uomo, la sua natura, quello di cui è capace, i suoi modi innati di divertirsi… >>

La Nonna riuscirà perfino a portarlo nella Luna… Un ricordo che tornerà ancora struggente, più di cinquant’anni dopo. Quando Céline verrà intervistato in occasione del lancio sulla Luna del Lunik, nel gennaio del ’59, dirà: <<Io sono uno specialista della Luna. Il Sole? Non lo capisco. Quando avevo sette anni andavo ogni tre giovedì nella Luna con la Nonna. Si andava al cinema Robert Houdin. (…) Intorno al 1907 4 Si saliva su un razzo. Costava 50 centesimi (…) Si arrivava fin sulla Luna e poi si ricominciava. Mi divertiva molto. L’ho fatto cento volte. Tutto ciò che riguarda il Sole mi lascia indifferente.>>

Quella meta fantastica si trasformerà in lui, nel corso degli anni, in metafora dell’evasione.<<Tornerà il Viaggio sulla Luna… L’ho ancora nel cuore.>> – scriverà un giorno, molti decenni dopo. Anche il fratello della Luna, il Cristallo, stregherà il bimbo molto più delle scene di vita reale che proiettavano i primi films di allora, e così la Lanterna Magica: <<L’interno – ricorda – lo trovavo splendido per via del grosso occhio di bue di Cristallo che proiettava sagome di luce lungo la fila dei sedili. Magico.>>

Le magie della Nonna faranno da argine ai sistemi educativi della famiglia, che sono poi quelli della scuola dell’epoca. Céline, come un altro grande difensore del bambino “magico”, Lewis Carroll, sarà un implacabile avversario della scuola nozionistica, autoritaria, livellante e materialista che soffoca la creatività fin dai suoi inizi. La chiamerà La grande mutilante della giovinezza, scrivendo senza mezzi termini: <<La scuola deve divenire magica o sparire. Punto e basta. L’infanzia è magica. L’infanzia ne esce invece amara e cattiva. È lei che ci condanna a morte. Noi lo sconteremo (…) Ci vuole un lungo e terribile sforzo da parte dei maestri armati del Programma per uccidere l’artista nel bambino. (…) Le scuole funzionano a tal fine, sono luoghi di tortura per la perfetta innocenza, la gioia spontanea, per lo strangolamento degli uccelli, la costruzione di un lutto che trasuda da tutti i muri (…) l’intonacatura che penetra dappertutto, soffoca, fa la festa per sempre a ogni gioia di vivere (…)>>

E propone: <<Invece di insegnare ai bambini i participi e altrettanta fisica e geometria poco divertenti, si devono invertire i programmi, dare la preminenza alla musica, ai cori, alla pittura, alla composizione, soprattutto alla creatività personale, a ciò che diverte ognuno, singolarmente, tutto ciò che profuma la vita, gaio e grazioso, che porta lo spirito a sbocciare, ci abbellisce le ore, e le tristezze. La Scuola deve divenire magica, o sparire, punto e basta. Ah! è veramente il peggior crimine chiudere i bambini così per cinque, dieci anni e non insegnar loro che cose vili, regole per meglio rintronarli, involgarirli a tutta forza, canalizzarne l’ entusiasmo sulle cose che si comprano, si vendono, si mangiano, si combinano, si istallano, dilatano, glorificano il Capitale. (…) Che atroce farsa! Strappare i bimbi ai loro giuochi, ingessarli minuziosamente con esami impeccabili di nozioni sempre più utili, trasformare in piombo il loro vivo argento, il loro sognare fin dalla primissima infanzia, che la bestia saltelli più che mai, che resti prosaica a vita, truccata a morte, sotto una cappa spaventosa. (…)>>

 E non gli resta che constatare: <<L’incantesimo, la magia, sono prima dei 15 anni. Dopo, siamo noi.>>

La morte della Nonna, a soli 57 anni, segnerà per Céline la fine dell’infanzia. Ma il compito di quella grande donna era ormai concluso. Ha additato a Louis la strada di luce, fatta di fantasia, sogno, bellezza, di ciò che lui chiamerà I Fiori dell’Essere.

Il Mare sarà un altro suo Mito, il Mare, la Creatura che dona l’infanzia. Il Re dell’Acqua, il Mare, sarà per Céline, per sempre, un riconoscersi, e la sua voce un contrappunto al suo tumulto interiore. Esso è la Creatura che lo fa pensare come l’Oceano e scrivere per Onde. Una Creatura dominante, non a caso dirà: Il mare è troppo forte per me.

L’acqua diverrà così nel suo immaginario una specie di fantasma sfuggente e ammaliante, un universo trasparente e magico, in continua mutazione. <<Il cielo… l’acqua d’argento… e le rive viola… tutto è carezze… e l’uno nell’altro sì naturalmente… dolcemente tratti in cerchio, a lente volute e vortici, voi vi incantate sempre più lontano verso altri sogni… tutto a morire segretamente, verso altri mondi che si apprestano in veli e brume dai grandi disegni pallidi e fluenti, tra le schiume che bisbigliano.>>

E’ l’Infinito di Leopardi.

<<Homme libre, toujours tu chériras la mer! – La mer est ton miroir; tu contemples ton ame – Dans le déroulement infini de sa lame, – Et ton esprit n’est pas un gouffre moins amer.>> – cantava Baudelaire, un autore molto amato da Céline 5. E non crediamo possa esserci un suo ritratto di più profondo di questo.

E dunque anche i comprimari del mare, come il fluire delle navi nel porto si farà in lui metafora di libertà e nel suo appello è il richiamo a un’altra misteriosa Creatura: <<Lo Spirito dell’ Acqua vi chiama!… Sentite la sua voce squisita? (…) Attraverso tutti i ponti per un nonnulla… Vorrei che tutte le strade fossero dei fiumi … la malia… la stregoneria… è il movimento dell’acqua… Là, così, senza volere, stregato, giusto allo sciabordìo del Tamigi… Restavo là, stralunato… il fascino era troppo forte per me, soprattutto per le grandi navi… tutto ciò che scivola intorno… imbastisce, schiuma… i monelli… l’attracco Sud dei Drocks… cutters e brigantini in bordeggio… portano… accostano… sfiorano la riva… a tenera navigata… é la magia!…(…) … O ben troppo strazianti ricordi! Grandezze, miserie, carichi del largo! Dundee Golette Cutter agli spruzzi! Morte gli Aligi! Morte lo Charme! Evaporata cavalleria schiuma! Alte onde grondanti a ricoprire! Addio cardif grasso e in panne pale per il carbone dense di schiuma! Addio gran fiocco trinchetto folle e brigantini! Addio! Onde libere e di vento… il più tragico è il canopo che trattiene la nave per le estremità, grosso com’è, enorme e gonfio nel mezzo, lui è leggero, lui volerebbe via, è un uccello. Malgrado la quantità di paccottiglia nel suo ventre di legno, colma da crepare, il vento che le canta sulla coffa la porterà via per i rami, anche così tutto secco… senza vela, partirà se gli uomini non si accaniranno contro, non lo tratterranno con centomila corde serrate da insanguinarlo, lui se ne andrà tutto nudo dai docks per i grandi giorni, andrà a passeggiare sulle nuvole, salirà più in alto del cielo, arpa viva negli oceani di azzurro, sarà così lo spiccare il volo, così lo spirito del viaggio, arrogante, non ci sarà più che da chiudere gli occhi si starà via a lungo si partirà per ogni specie di magie, senza pensieri, passeggeri dei sogni del mondo!… >>

Quel battello è metafora di sé, del suo sogno di una vita che è la vera sua, ma che potrà raggiungere solo per brevi istanti, e dunque vedrà se stesso, sempre, come un battello in atto di sciogliersi dalla riva per correre l’avventura, rispondendo a un’altra Entità misteriosa che lui chiama Lo Spirito del Viaggio. E se l’avventura lo lascerà sanguinante, saranno le Creature senza volto che lo conforteranno. Quelle che appartengono anch’esse al mondo della Féerie e dei Fiori dell’Essere. Come la Danza e le sue ancelle, le Danzatrici:<<Musica!… Ali della Danza! Fuori della musica tutto crolla e striscia. Musica edificio del Sogno!… >>

L’amore per la danza, che lo porterà a scrivere dei Balletti, nasce dal fascino che hanno su di lui le danzatrici. Per Céline il balletto è al femminile, mai parlerà di danzatori, i vari Nurejev non hanno su di lui il minimo impatto, come se non esistessero, come se il balletto fosse stato scritto e fatto solo per le donne e da donne. È dunque una magia fatta di una sottile alchimia di musica, armonia gestuale, sesso e femminilità, una femminilità al più alto grado, che lo porterà ad intonare un suo Cantico religioso: <<In una gamba di danzatrice il mondo, le sue onde, tutti i suoi ritmi, le sue follie, i suoi sogni sono inscritti!… Per sempre inscritti!… Il più sfumato poema del mondo!… emozionante! (…) Il poema straordinario, caldo e fragile come una gamba di danzatrice in oscillante equilibrio è in linea (…) con gli ascolti del più grande segreto, è Dio! È Dio stesso! Chiaro! Ecco quello che penso! (…) Tutto per la danza! La vita le afferra, pure… le porta su in alto… al minimo slancio, voglio perdermi con loro… tutta la vita… fremente… oscillante… (…) Loro mi chiamano!… Io non sono più io… fonte di tutto…Voglio che mi si sbatta nell’infinito… là dov’è la fonte di tutto… di tutte le onde… La ragione del mondo è là… Non altrove… Morire per la danzatrice!… (…) Voglio disfarmi, crollare, svanire, svaporare, tenera nube… in arabeschi… nel nulla… negli zampilli del miraggio… io voglio morire per la più bella… Voglio che respiri sul mio cuore… Che si fermerà… (…) >>

E nelle ore cupe del carcere tornerà il ricordo delle creature vestite di rosa, come un’invocazione di salvezza:<< Le danzatrici, le vere, le nate, esse sono fatte d’ onde, per così dire!… non che di carni, lampi rosa, piroette!… le loro braccia, le dita, capite!… E’ utile nelle ore atroci… niente parole allora! Più parole! Le mani soltanto! Le dita… un gesto, una grazia… è tutto… il fiore dell’essere… Vi batte il cuore, tornate a vivere!… Sordo? Muto? Incatenato? Allora?… Una danzatrice vi salva! E’ provato! (…) >>

Purtroppo questa splendida prosa si trova per lo più nei pamphlets, a nostro parere i suoi libri più belli, là dove è il Céline intimo, con le sue più profonde meditazioni sulla vita, la morte, l’arte, il potere. Sì, anche il Potere. Divertente, fra l’altro, la sua visione di Stalin, un Barbablù tutto inzuppato di trippe di congiurati! Ma anche di Hitler, paragonato a Dudule, un attore comico dell’epoca.

La mancanza di pubblicazione di questi libri, che egli chiamava giustamente poemi fa sì che lui sia ancora semi sconosciuto, e, un po’ come per il gatto nero, ci sia un atteggiamento sulfureo e negativo nei suoi confronti e si possa tranquillamente e spesso in malafede, continuare ad attribuirgli idee e fatti che non sono mai esistiti come il Céline “tetro”, “nihilista”, “ateo” e “filonazista”.

Salvo qualche rara eccezione, come la scrittrice Evelyne Pollet e la pianista Lucienne Delforge, Céline avrà per amanti solo delle danzatrici, comprese due mogli. D’altronde lo dice lui stesso nel suo solito modo spiccio, a una delle sue amanti, danzatrice anch’essa, Karen Maria Jensen: << Amo solo le danzatrici. Non amo che questo. Tutto il resto mi è orribile.>> E dunque Muscoli, Musica e Eros saranno la sua trinità, in una visione che sposa il medico, l’amante,  l’ esteta, l’ artista, e il sognatore.

Nei Balletti si estrinsecherà il Céline magico e poeta. Nel balletto Progrès rappresenterà Dio che, annoiandosi, prende una decisione: <<Io mi servirò di questi corpi armoniosi nei secoli futuri per illuminare la lussuria, voglio renderla bella, è un modo per venire a me.>> Un pensiero greco. Platonico.

Voyou Paul. Brave Virginie è definito un balletto – mimo ossia uno spettacolo coreografico a tema narrativo, basato su danza e pantomima. E il Prologo della Comare, che apre il balletto, ricorda certi personaggi del music hall. Il balletto  doveva essere rappresentato per le celebrazioni ufficiali del bicentenario della nascita di Bernardin di Saint – Pierre, autore di Paolo e Virginia, all’Expo del 1937. Ma Céline è sempre Céline, il suo gusto per la rigolade, ossia la beffa, gli prese la mano e cominciò subito a cambiare le carte in tavola, decidendo lui il destino dei due innamorati, che nel libro del Saint – Pierre gli pareva parecchio stupido. Difatti, come si sa, quello è il dramma del pudore, perché Virginia preferisce morire piuttosto che spogliarsi per raggiungere a nuoto la riva dove la attende la salvezza… un qualcosa di irresistibilmente ridicolo e assurdo, e anche penoso, per Céline! così, invece, lui tratteggia una Virginia che non solo si spoglia e si butta in acqua, ma, giunta alla riva, viene accolta da una tribù che la seduce con danze erotiche e, con una pozione erotica, trasforma il malinconico Paolo in libertino. I due, poi, allegrissimi, sbarcheranno a Le Havre, dove, sul molo, sono festeggiati da un baccanale, organizzato da Paolo, mentre Virginia si denuda lanciando in aria le vesti: <<Il delirio allora la prende… – scrive lieto Céline – sale in lei… abbranca le vesti e danza con ancora più fiamma, più fuoco, più provocazione, più lubricità (…)>>

Si gridò allo scandalo e inutile dire che il suo balletto non fu rappresentato ma che, in compenso, lui deve essersi molto divertito a scriverlo!

Anche Van Bagaden è un balletto mimo con poche parole, mentre Foudres et flèches è un balletto mitologico che si ispira ai grandi balletti allegorici dei tempi di Luigi XIV° ma è anche femminista, diviso com’è fra le donne che vogliono la pace e gli uomini che vogliono la guerra. D’altronde Céline sarà sempre dalla parte delle donne arrivando a dire che solo se e quando saranno loro al potere il mondo diventerà migliore, e fino a beffarsi della vantata capacità amatoria maschile che confronto a quella femminile è secondo lui come un cerino di fronte a un incendio. Ma nei balletti sono anche fantasie mitologiche e magiche. E in tutti la danza sovrana è la Farandola, viva e gioiosa.

Come già nel medico eroe Semmelweiss, protagonista della sua tesi di laurea,  Céline si identificherà anche nell’Eroe Celtico, il Cavaliere Errante, difensore dei deboli. Quella sua capacità enorme di identificazione lo vedrà vicino al mitico personaggio di Iperione, creato dal poeta tedesco Hölderlin, uno dei fondatori dell’Idealismo. Iperione è l’eroe che crede che solo la bellezza possa riformare la società. Esattamente come Céline. E dono della bellezza è la libertà.

Ma nessuna fiaba, nessun sogno possono esistere se non hanno un avversario degno di loro. Le forze repressive della barbarie saranno impersonate per Céline da re Krogoldo, una specie di orco brutale, che uscito un giorno dai libri della sua infanzia, lo pedinerà aspettandolo sempre ai crocicchi dell’esistenza. Re Krogoldo, e il suo Castello, si dilateranno nella vita dello scrittore fino a divenire metafora esistenziale del Destino, e il Castello del Re è il primo dei tanti Castelli veri che segneranno ogni volta una svolta esistenziale nella vita dello scrittore: <<Era un formidabile mostro, massa acquattata, gigantesca, tagliata nella roccia… impietrita di sèntine, credenze tormentate di fregi e dentelli… di alti torrioni… Lontano, dal mare laggiù… le cime della foresta ondulanti vengono a battere fino alle prime muraglie… >> scrive. Per lui il volto di re Krogoldo è quello del Potere, che sempre vincerà con la spietatezza della Realtà sul Sogno, annientando l’Eroe. Perché Céline in questo è freddamente concreto, senza illusioni: il Potere vince sempre. Ma l’Eroe non deve arrendersi, e denunciare, sempre, anche a costo della vita. <<Anche se tutto crolla e brucia – esclama  – noi periremo gridando NO!>> Quel NO che sarà la sua rovina.

Egli sarà talmente affascinato da re Krogoldo da dedicargli quella che chiamerà una leggenda celtica o anche un romanzo epico, dal titolo La volontà di re Krogoldo, situandolo fra quelle sue opere che definisce liriche, ironiche. Purtroppo ci restano solo dei brani, il manoscritto originale andò perduto in un saccheggio della sua casa di rue Girardon a opera dei partigiani, nel ’44 e questa perdita lo ossessionò poi sempre, angosciosamente, trasformandosi in simbolo tombale.

Quel Castello sorto nell’infanzia si porrà di fronte allo scrittore a ogni svolta di vita, in tutta una serie di Castelli reali e simbolici insieme. Diverrà simbolo di stupida violenza militare compresa quella della caccia, a Rambouillet, dove si trova come allievo ufficiale prima di entrare in guerra, sarà pietra miliare del suo primo e unico discorso politico a Médan, nel 33, quando denuncerà, alla luce delle scoperte freudiane sul senso di morte, le dittature sorgenti, comunismo e nazismo, sarà luogo  di mostri a Kranztlin nell’esilio, rifugio incantato a St. Malo, incubo grottesco a Sigmaringen dove si rifugiavano Pétain e i suoi, e dove è descritto come quello di Barbablù e c’è perfino la stanza proibita, la 36.

Sarà bara di ghiaccio a Körsor, nell’esilio sul Baltico, simbolo di morte a Meudon ultimo suo rifugio al ritorno dall’esilio. E non  a caso uno dei suoi ultimi libri sarà intitolato D’un chateau l’autre, Da un Castello all’altro.

Accanto al Castello altro simbolo misterioso che ricorre nella mitologia céliniana, è il Vento. E il Ponte… <<Io attraverso i ponti così, per niente… >> dirà in  Guignol’s Band. E sempre ribatterà con forza che egli è nato non a Parigi ma alla Rampe du Pont, Courbevoie. Poi è tutto un percorso, dal ponte di Neully o il ponte dove ormeggia il Malamoa, la chiatta dove lui e il pittore Mahé si scatenavano in feste orgiastiche fra barboni, bohémiens, prostitute e magnaccia,  fino al ponte sul canale di Kiel, alla frontiera con la Danimarca, in Rigodon, e che sancisce la fine della sua traversata attraverso l’Europa in fiamme. Sono sempre ponti che però non portano da nessuna parte.

Ma la metafora del Castello si pone, come sempre in lui, su due piani diversi, il contingente e il trascendente, il concreto e l’astratto, e se da un lato esso è il minaccioso Castello, simbolo del Potere, dall’altro fa parte del regno misterioso delle Onde.

Cosa sono, le Onde? Céline parlerà spesso di quelle che chiama le Onde, flussi creativi e intuitivi di un Altrove, posti in un piano di esistenza parallelo e superiore al nostro. In una lettera scritta a Milton Hindus il 15 dicembre 1947, infatti egli dichiara:<<(…) Io non ho un piano di lavoro – Tutto è già pronto  nell’ “aria” mi sembra. Così io avrò venti castelli in aria nei quali mai avrò il tempo di andare. Ma essi esistono già costruiti “tutto esiste già” – Essi mi appartengono – Soltanto – C’è un importante importantissimo SOLTANTO… Quando mi avvicino a quei castelli, è necessario che li liberi, li estirpi, da una specie di terriccio nebbioso e di farraggini… che giuochi di bulino, piccone, scavi, sgombri tutta la ganga, quella specie di ovatta dura che li fascia, miraggio, scavo, poi messa in ordine  (…)  Tutte queste storie di programma del libro mi sembrano idiote. Tutto è già scritto fuori dall’uomo nell’aria – i soggetti che cerco di afferrare, cioè a dire di metterli su “carta”, di scriverli, descrivere, la trasmutazione dal miraggio alla carta è penosa, lenta, è dell’alchimia – ma tutto è là. – io non creo niente a dire il vero – io ripulisco una specie di medaglia nascosta, una statua sepolta nella creta – Tutto esiste già (…) Si deve solo pulire, sgombrare intorno – portare alla luce netta – AVERE LA FORZA è una questione di forza – forzare il sogno nella realtà. (…) Tutto esiste fuori di noi – penso nelle Onde – nessuna vanità in questo – è un lavoraccio artigianale – da operaio nelle Onde.>>

E dunque magico è anche il lavoro dello scrivere, per Céline: <<Questo succede come per il tempio. E’ l’accanimento dello sterratore… sterratore di onde… a piccolissimi tratti di scalpello, il tempio si accartoccia, si sgretola, crolla… voi non acciuffate più niente, niente più. E’ la magia… La penna è lo scalpello del mago… mago scalpellino (…) – scrive in Fèrie – (…) E’ un lavoro fatato, è tutto, in cui l’uomo si danna, ci perde l’anima, la buona gentilezza, il sesso, tutto… si trasforma in numero, spugna, un cencio distrutto, sconvolto scavatore, vacillante da un miraggio all’altro.>> E qui non si può fare a meno di pensare al Michelangelo che sosteneva come l’opera fosse già lì, sepolta nel marmo e che si doveva soltanto trarla fuori.

E’ la stessa risposta di Paul Klee, il più grande pittore del Novecento, creatore dell’Informale: <<Le opere nascono da sole davanti a me… La mia mano è strumento di una sfera lontana. Quello che qui funziona non è la mia testa ma qualcos’altro, una cosa superiore, lontana in qualche luogo. Devo avere grandi amici là, noti o sconosciuti, ma tutti di prim’ordine.>> O di Pierre Loti, il grande scrittore dell’esotico: <<Le idee vengono a vivere dentro di noi come nelle celle di un convento.>> La stessa risposta di Lewis Carroll, quando gli chiesero come era nato quello che è, forse, il suo capolavoro, La Caccia allo Snark :<<Passeggiavo da solo, per un viottolo in una radiosa giornata estiva, quando ad un tratto un verso – uno solo – mi è venuto alla mente: Perché lo Snark era un Boojum, capite. Io non sapevo, allora, cosa volesse dire, ma me lo sono segnato; poco tempo dopo mi è arrivato il resto della quartina, che concludeva quei versi; ed è così che a poco a poco, in uno o due anni, gli altri versi sono arrivati in vari momenti e si sono messi insieme, mentre quello diventava l’ultimo. E da allora, ricevo periodicamente delle cortesi lettere di sconosciuti che vorrebbero sapere se La Caccia allo Snark è un’allegoria, se ha una morale nascosta, o se è una satira politica. E a tutte le loro domande, io non ho che una risposta sola: Non ne so niente!>>

Lo straordinario è che questo riesce a farsi, miracolosamente, arte: <<(…) E’ il fiore dei nervi, la melodia spontanea, la musica dell’anima che io cerco di CAPTARE dal linguaggio parlato e di tramutarlo in scrittura. – dice Céline – In realtà ci sono pochi LAMPI nella lingua parlata. Io cerco di CAPTARLI e di ricreare così artificialmente in SCRITTURA una lingua parlata IDEALE. Quello che tentano di fare molto naturalmente gli uomini che parlano… nel loro desiderio naturale di poesia… Per arrivare a questo, io passo, con un TRUCCO, nell’anima stessa del linguaggio parlato, per effrazione, per così dire, io violo il suo segreto. (…) Io faccio il trust dei diamanti viventi nella lingua parlata. (…)>>

Dunque è evidente che anche il mondo dove vivono i fantasmi è quello di ciò che Céline chiamava Onde, vibrazioni extrasensoriali, messaggeri sovrumani di avvertimento, di ispirazioni, o anche, semplicemente, sensazioni di bellezza, come i merletti. E la cosa trova oggi conferma nelle ricerche degli astrofisici Penrose e Hamiroff.

L’Universo è infatti per lui un merletto d’onde. D’altronde lui stesso conosceva personalmente il mondo delle Onde perché molte premonizioni spesso di sciagure.

Già un giovanissimo Louis Destouches, non ancora Céline, quando viveva  nel cuore dell’Africa trovava intriganti e misteriosi i canti degli indigeni e lo ricorderà nel Voyage: <<Dingua… boué!… saoà!… boué!… ding… à!… boué!… Ding… à! boué!”… e tutto a percussione naturale!… col tronco d’albero vuoto a sedici bacchette!… allora l’ incantamento attenzione!… dal cavo degli elementi!… è non da avvicinarsi!… Io che stavo a cento metri, la mia capanna, mai mi son fatto vivo… il vuoto dell’Eco è sacro!… >>

In questa visione magica e metafisica, con questa conclusione misteriosa, Céline ribadisce il suo rifiuto all’integrazione razziale proprio per un suo rispetto per le altre culture, a qualunque livello  siano giunte. Culture spesso fragili che di fronte alla nostra un soffio basta a far sparire, con i loro segreti, come purtroppo dimostra il genocidio, anche culturale, degli Aborigeni Australiani, dei Precolombiani, degli Indiani Americani, dei Tibetani, e la lista sarebbe lunga…6

<<Spiriti che con la mia arte ho evocato dai loro antri per rappresentare le mie fantasie… (…) I miei potenti incantesimi operano, e questi miei nemici sono tutti irretiti nel loro delirio; sono ora in mio potere e li lascio alla loro follia… (…)>>  declama Prospero, uno dei più enigmatici personaggi de La Tempesta di Shakespeare, l’opera che Céline prediligeva su tutte.

Uomo solitario, deserto come l’isola su cui regna, è Prospero nel quale si identifica e rispecchia il Céline evocatore di fantasmi e, insieme, vendicatore. Anche Prospero è, come lui, il mago – beffatore- tutta La Tempesta è percorsa da brividi di rigolade, tanto che a ogni elemento concreto fa riscontro uno comico e falso, e tutto il dramma è il ripetersi di una vicenda in chiave illusoria, mentre la vendetta di Prospero è una vendetta inscenata, appunto da scrittore e da artista. Suoi servi sono il tenero Ariele, spirito dell’aria, che nell’immaginario di Céline sarà l’amico scrittore Marcel Aymé, e il lubrico e rozzo Calibano, impersonato dall’altro suo amico fraterno, il pittore Gen Paul.

In questo suo universo magico la religione con le sue visioni metafisiche è completamente avulsa per Céline. Anche se crede in un Dio del tutto assente e lontano dalle beghe degli uomini, il Dio dell’Assoluto, per le religioni rivelate avrà solo parole sprezzanti: solo il Mito  e la Bellezza e la Danza, promuoveranno in lui qualcosa di simile al sentimento religioso. La religione, mai. Essa sarà per lui, sempre e solo un modo, forse più ipocrita e vigliacco, di esercitare il Potere. La Cattolica, soprattutto, alla quale rimprovera di accarezzare il masochismo latente in ogni uomo, di sfruttare l’immenso potere che ha il senso di colpa per infiacchire gli individui, al quale si aggiunge il perdonismo, e di avere trascinato dal Cielo Dio per farne un uomo, una colpa imperdonabile per Céline. Che le rimprovera anche le sue eterne alleanze con il Potere del quale, secondo lui, si è fatta serva.

Ma invece un sottile misticismo vibra in lui di fronte al mistero di ogni cosa vivente:<<Tutto è meraviglia e m’incanta e canta e mi porta in alto (…) Il vero crocifisso è d’imparare la magia del gentile segreto, il sortilegio che ci dona la chiave della bellezza delle cose, delle piccole, delle brutte, delle misere, delle grandi, delle splendide, delle fallite e l’oblio di tutte le carognate.>>

<<Che pensa di noi la coccinella?… Questo sì che è interessante! Non ciò che pensa Roosevelt o l’arcivescovo di Durban. (…) Io vedo l’uomo sempre più depresso perché ha perso il gusto delle fiabe, del favoloso, delle leggende (…) Esso diventa folle e resta anche un coglione. Si fabbrica in compenso un’anima chimica con alcool sfrenato 7 (…) Io voglio canti e danze… Non mi curo della ragione… (…) Io vorrei morire dal ridere ma dolcemente… (…) Voglio pur piangere un poco, ma danzando… Io sono della “troupe dell’effimero”… I singhiozzi di Ifigenia mi annoiano… Ermione è oscena e si ascolta… Cupe storie di culo (…) L’entusiasmo nasce da piccole cose… dal volo di un’ allodola in cielo… dalla piccola gioia che lei prova… lassù, lassù per noi… gaiezza in volo, viva spaventata… dalle pesanti cupezze che salgono da noi… raggelanti… (…)>> 8

Così, anche la bellezza della donna giovane e sana, cui la musica fa da contrappunto – proprio come in una Messa Cantata – è la sua religione. Scrive a Milton Hindus:<<(…) Brètone, io sono mistico, messianico visionario naturalmente – senza sforzo – assurdo – certo sono stato allevato come cattolico = battesimo, prima comunione, matrimonio in chiesa, ecc. (…) La fede? Hum! È un’altra cosa. Come Renan ahimé, come Chateaubriand, in disperazione… Peggio, io sono medico. E poi pagàno per la mia adorazione della bellezza fisica, per la salute. Odio la malattia, la penitenza, il morboso – greco in questo totalmente (…) Odio gli alcolici, il fumo, le droghe – Io capisco, credo, l’entusiasmo dei Greci. (…)>>

Egli ha sempre detto di non credere a un Dio immanente e protagonista nella vita umana sotto veste di Padre, ma di essere un mistico e un mistico non è certo un ateo, ma è colui che  ha la conoscenza immediata e intuitiva di Dio  attraverso l’ esperienza sensibile, la sensazione del divino nel mistero della creazione e in sé. Che è un poco il suo discorso delle Onde. Ma c’è una breve frase che traversa come un lampo Féerie e ci rende perplessi: Dio fa niente ridere! E Férie è il libro che egli scrisse in carcere, dove sofferse indicibilmente, distrutto per sempre nel fisico. Un ritorno al Dio immanente?

Il mondo delle Onde è per Céline anche quello misterioso della Cosa in sé. Quando, sul finire della vita, gli chiederanno per chi ha scritto, risponderà sdegnosamente: <<Io non scrivo per qualcuno. È l’ultima cosa, abbassarsi a questo! Si scrive per la cosa in sé.>>

E’ il mondo celtico dei SID, luogo ideale, paradiso celtico, aldilà di quello delle forme. E che non appartiene soltanto agli artisti, ai mistici e ai sensitivi. <<Donne e bambini e gatti sono in contatto con un altro mondo>> – dirà infatti.  Ed è  in accordo con H. P. Lovecraft quando dice: <<Il gatto è misterioso e affine alle cose invisibili che l’uomo non potrà  mai conoscere.>>

Da sempre si è pensato così. Perché i gatti sono le antenne viventi degli artisti, loro fedeli e prediletti compagni di vita e ispiratori d’opera, sono le sentinelle enigmatiche a guardia della Soglia dell’Inconoscibile. Non a caso la filosofia egizia pone l’Oudjat, l’Occhio che vede Oltre, al collo della dea gatta Bastet, patrona degli artisti. Non a caso i Ginn, esseri angelici a forma di gatto nero, sono per l’Islam custodi e ispiratori degli artisti. Non a caso un canto tibetano ci dice: <<La contemplazione della natura del proprio gatto porta all’Illuminazione.>> Così André Malpoix:<<Il Gatto è colui che attraversa la Foresta dei Simboli: è l’Iniziatore.>> E non a caso il poeta Borges lo definisce <<Custode di un àmbito – Sbarrato come un sogno.>> Così come Paul Klee, che nell’ultimo quadro – testamento, poneva il suo gatto bianco Bimbo a guardia del Passaggio Supremo. O il freddo, cinico Burroughs, dalla vita di ogni sorta di perversioni, ma che confessava non solo di avere scoperto l’amore vero attraverso i suoi gatti ma scriveva:<<Molto dopo ho capito che mi spetta il ruolo di Guardiano per dare vita e nutrimento a una creatura che è in parte gatto, in parte uomo, e in parte qualcosa di inimmaginabile, che potrebbe essere il risultato di un’unione non consumata per milioni di anni.>>

Tornando a Céline, non meraviglia dunque che scriva, pensando al suo gatto Bébert che sarà protagonista nella sua vita e presente nell’opera e addirittura comprimario nella Trilogia del Nord: <<Voi mi direte: il gatto è una pelle! Manco per niente! Il gatto è lo stregamento stesso, il tatto in Onde.>> E anche: <<Con i mici non sono le nostre parole che contano, è quello che sentono, loro… (…) il silenzio animale è vivente… >>

Così, il mistero letterario, che resta ancora tale, e sul quale si sono scervellati i saggisti céliniani e cioè quale sia la fonte cui ha attinto Céline per la storia del Fiore di Tara Tohé, in Guignol’s Band, forse ha trovato una spiegazione. È probabile che quel fiore, che nasce in Tibet, e che ha anche il nome di Fiore dei Maghi, dei Sogni o del Segreto, e al quale Céline dedica pagine di pura felicità, sia quello dell’Albero di Parisadam, che vive nel cielo di Devendrieren, secondo un’antica leggenda indù. Si tratta di un Fiore magico, di origini tibetane, chiamato anche Armadalis, Armantala. Un fiore segreto che conoscono solo i Bramini e il Lama tibetano Gowpur. Il suo luogo d’origine è infatti Lhasa. Esso ha molti e misteriosi poteri ed è in stretto contatto con le Onde. Ne parla  Augustin Paradis de Moncrif, gentiluomo alla corte di Luigi XV°, per il suo libro Les Chats, pubblicato nel 1728, che sfidando fobie e superstizioni, raccoglieva storia, miti, e magie del grande felino, molto amato dal re e da Madame de Pompadour. Un libro che fece epoca, e nel quale troviamo appunto la storia del gatto bianco Pratripatam che salì al cielo per portare sulla terra il magico Fiore, che donava Felicità e Immortalità. <<Tornò – racconta Paradis – su una nube fatta da mille colori dei fiori del cielo di Devendiren portando nella zampa leggiadra un ramo intero dell’albero di Devendiren.>>

Metafora di quella che oggi si chiama pet théraphy, perché è vero, secondo testimonianze di ieri e di oggi, che un gatto porta in una casa salute e gioia eliminando l’ansia. Céline avrà certamente letto il libro, anche perché scrisse Guignol’s Band durante il suo sodalizio con Bébert e quindi era molto interessato ai gatti, e dilatò il racconto sulle ali della sua fantasia visionaria:<< Una nube! – canta – più ardente ancora! (…) Il Tara – Tohé, Fiore dei Sogni!… Sette colori!… L’arcobaleno!… Sette pètali!… Sette colori!… esattamente sette!… La cifra Vega 72… Ricordatevelo bene!… il Tara – Tohé magico! Il Fiore si apre fra le vostre mani! Tutti i pètali al vostro calore! La vostra fede! (…) Tara – Tohé! Charme dell’Essere!… Il peso vi abbandona!… Avete colto il Fiore!… Le Onde vi afferrano, vi trascinano! Vi portano via!… vi transpongono!… dove volete! (…) Nessuno può più toccarvi!… Colpirvi!… Mettervi in prigione!… Siete libero!… il “Libero delle Onde”!… il prediletto degli accordi del mondo! In una parola, siete diventato musica!… Armonia!… (…) Il Tara Tohé magico! Il Fiore si apre nelle vostre mani! Tutti i petali! Al vostro calore! Alla vostra fede! Tutto si sta animando… parlare… ridere… il rosso patapouf cuscino… la poltrona anche!… la teiera col suo lungo collo!… tutta la stanza si mette a parlare!… e io comprendo tutto! Tutto insieme ora… Un sorriso mi fa comprendere!… Un grosso gatto salta su di me… tutto tiepido velluto… mi fa brrou… brrou… all’orecchio… Ah! è una confidenza… Noi ci capiamo subito… Ah! io vedo nel mio cuore… proprio nel mio cuore!… Il Tara Tohè, Fiore dei Sogni!… Sette colori!… L’arcobaleno!… Sette petali!… Tara Tohé !… Fascino dell’ Essere!… Il peso lascia il mio corpo!… Ho afferrato il Fiore!…>>

 Ma anche se intuisce nel gatto una preminenza nel rapporto con il mondo extrasensoriale, per Céline tutti gli animali sono degli incantatori. Una convinzione che si fa profonda nel suo ultimo libro, che non a caso è dedicato agli animali, Rigodon: <<(…) Quello che è bello nel mondo animale è che loro sanno senza dirselo tutto e tutto… e da molto molto lontano! Alla velocità della luce!>>

Ma tutto il mondo della natura è magico per Céline. Nel suo balletto Naissance d’une fée, Nascita di una fata, descrive la magia della foresta: <<(…) gli spiritelli della foresta danzano, saltano, fan giravolte… é la ronda dei folletti, degli spiritelli, degli elfi… Il loro capo è un folletto con la corona, il Re dei folletti, agile, vivace, sempre in agguato… Essi giuocano… a saltamontone… con loro nella ronda gioiosa… una cerva esile e timida… la loro piccola  amica… E poi un grosso compagnone, il grosso gufo… Danza anche lui, di qua, di là… ma tranquillamente, sempre un po’in disparte… Lui è il consigliere, il saggio della piccola banda… sempre un po’ imbronciato… come il coniglietto è là… con il suo tamburino… (…) Nella leggenda è scritto… che se si lasciano cadere tre gocce di Chiaro di Luna sulla fronte di una vergine morta per amore, essa tornerà in vita come fata… Le gocce di luna sono le gocce della rugiada notturna e che si trovano sull’orlo di certe ortiche… e che hanno avuto i raggi di certe fasi di luna… Gufo conosce nella foresta un certo ragno “crociato” che colleziona nella sua tela certe gocce di quel liquore di luna rarissimo… >>

È la Foresta come potremmo riuscire a vederla e dove piante e animali ci offrirebbero la loro magia se l’uomo non la sfruttasse e ne uccidesse gli abitanti, quasi sempre per puro divertimento e crudeltà gratuita. Non a caso, Céline vi ha collocato una cerva (e non un cervo) perché era una cerva, quella che vide a Rambouillet, sbranata dai cani… quella cui ridà vita oggi in questo brano meraviglioso, che è un suo modo per chiederle perdono a nome di tutti noi, lei che avrebbe potuto essere, invece, una “piccola amica”.

Sintesi mirabile delle magie animali di Céline è L’Appello dei Cigni in Les Beaux Draps, un altro dei cosidetti pamphlet ancora proibiti, dove, come Prospero, è il demiurgo di una orchestra evocatrice di incantesimi, in cui si fondono la Danza, il Ritmo, il Colore, la Magia degli Animali, il Mare, la Musica, il Mistero, le Onde: <<Non lo sentite?… Taa!!… too!… too!… Taa!… Taa!… come il vento d’inverno  riporta?… (…) la! fa! sol! la si do la, Do! (…) do diesis! sol diesis!… certo!… fa diesis minore! È il tono! Lo Charme dei Cigni… il richiamo, amico! Il richiamo… (…) Sentite così le Onde… di presagi che passano… delle sinfonie… pensate che è l’atmosfera… e poi accade! e poi niente più conta! Too! too! TO! ta!… ta… a… a!… bene così! Vedrete… La!… fa!… sol… la!… si!… do… la… Do!… benissimo… benissimo… non chiedo di meglio… L’ho detto altre volte… Perfetto! Messaggio?… ma quando mai!… Perfetto!… Libero da tutti! anch’io son gaio d’atmosfera e giocosamente in vena possono dirlo… tutti quelli che mi conoscono!… Il che non impedisce che continui: Taa!… Too!… o!o!o!oo!… l’appello dei Cigni è un qualcosa che vi prende! che scombussola il cuore! quel poco che se ne ha!… Ah! lo sento… ritorna in me!… ne è colma la pianura!… le adiacenze!… e poi allora su al cielo! poi!… di quelle immagini! dei giganti di tempesta che piombano pavoneggianti!… Mostri di niente!… presi a mille fuochi… e miraggi… di gioie perdute! gabbiani bighelloni sfarfallanti… d’ala viva sfioranti le nostre miserie… lesti alla saetta… sotto… sopra l’arco infiocchettano passanti cupi… la loro tetraggine… il loro brontolio, acidi pellegrini da un bordo all’altro.>>

Anche la morte è vista in Céline in modo mitico, come l’Orologio del Tempo: <<(…) Il Tempo! il ricamo del Tempo!… il sangue, la musica, e merletti!… (…) (…) giammai un pizzico di Tempo senza nota!… il ricamo del Tempo è musica… onda forse… e poi più niente… (…) orologio che batte, il vostro cuore, l’ondata sulla riva, il neonato che piange, l’arpa di Sieyès 9… mezzanotte! i dodici colpi! (…) la fine dell’ avventura!…>>

<<E’ il Tempo il nostro maestro – tu trovi il trucco del Tempo – dell’attuale – tu sei in accordo con tutti – è facile. Io parlo: la Musica del Tempo – non i fatti che essi non sono niente – sciocchezze per Almanacchi – le straordinarie storie sempre così comuni – riedite da un secolo all’ altro – ma la musica del Tempo cambia e non è mai la stessa da un secolo all’altro – Solamente è la morte che dona questa musica ed ESSA SOLA – bisogna pagare – è atroce e triste. (…)>>

In Les Beaux Draps, scritto mentre su lui piovevano minacce di morte, è il suo orgoglioso Manifesto, quello dell’artista  e dell’uomo libero che trova  la propria realizzazione in sé. Assieme a una speranza, che l’Hominide possa divenire finalmente, un giorno, Uomo… e che impari a leggere nel cuore delle cose, a scoprirne la magia.

<<Una volta consacrato il cuore al dono di noi stessi, la vita non può più molto contro il vostro buonumore. E’ una specie di lampada d’Aladino che scopre sempre nuove gioie a monte delle cupezze…

Ce la caviamo sempre, più o meno, non si fulmina un’artista.

E’ lui che giudica l’universo, che se la ride a modo suo, in bene e in male, in un modo o nell’altro, con i suoi trucchi, a casaccio.

Non si può più far molto contro di lui, né gli elementi, né gli uomini, lui si è trasformato in un essere magico per tutti, piccolo gri gri 10 famigliare.  Il che non è male, a ben vedere, una cosa così, come un sospiro… Forse la finiranno i battibecchi, il cicalare dei luridi coglioni, velenosi atroci, i pettegolezzi diffamanti, che tutto distruggono, e si riapprenderà a cantare insieme, in coro, e andare avanti mano nelle mano?…

Che portata avrà questo insegnamento? La più grande! Attraverso la danza, gli sports, le belle arti, mettendo in secondo piano le cose utilitarie, metà tempo, diciamo, basterebbe! 10 anni! Mentre le ore migliori, le più ardenti, da consacrare all’ammirazione, al culto delle grandi menti, al culto della perfezione che deve infiammare l’animo umano.

Si deve reimparare a creare, a volgersi umilmente, appassionatamente, alle fonti del corpo agli accordi plastici agli elementi dell’arte, i segreti della danza e della musica, alla fonte primigenia di ogni grazia, di ogni gioia e alla tenerezza verso gli animali, fino ai più piccoli, agli insetti, a tutto quello che inciampa, vacilla, rimbalza, ricomincia da un ciuffo a un filo d’ erba e da un filo d’erba su nell’azzurro, attorno alla nostra avventura, sì precaria, sì sballata…>>

L’appello alla bellezza del canto dei cigni e dei gabbiani, ove si intravede Dio, fa eco alla sua canzone di artista e di uomo libero.

Che si accomiata da noi in sfida alla morte, e alla vita. Come sempre:

Faut-il dire à ces potes

que la fète est finie?…

Au diable ta sorte!

Que le vent m’emporte!

Adieu feuilles mortes!

Fredaines

E soucis! 11

(Traduzione dal francese di Marina Alberghini.)

[1] Céline scrive così, è la lingua popolare di Rabelais.Io ho voluto fare una traduzione letterale, come è giusto.

[2] *Come “carne viva”

[3] Infatti il vero nome di Céline era Louis-Ferdinand des Touches, in seguito trasformato in Destouches. In effetti un cognome profetico dato che des touches significa “delle stoccate”, e di stoccate ne diede parecchie!

[4] * Il teatro Robert Houdin, dal nome del celebre prestigiatore, (1807 – 71) si trovava nel Boulevard des Italiens. Era stato ricomprato nell’88 da Georges Méliès per proiettarci i suoi films.

[5] Charles Baudelaire-“Les Fleurs du mal”- Feltrinelli 1964 pg. 32

[6] Ricordiamo il bellissimo film di Peter Weir “The last wave” (L’ultima Onda) e a proposito del “vuoto dell’eco” si pensi alle “frecce di pensiero” degli aborigeni australiani..

[7] Crediamo che Céline sarbbe molto piaciuto a Lewis Carroll il creatore di Alice nel Paese delle Meraviglie”, ma anche di altre opere ancor più visionarie.

[8] Una delle quali è il ripugnante permesso di cacciare le allodole, così per sport perché nemmeno si mangiano!Chissà Céline, che inoltre odiava la Caccia, cosa avrebbe detto!

[9] Musicista vissuto sotto la Rivoluzione.

[10] E’ il nostro grillo del focolare, portafortuna delle famiglie.

[11] “Dobbiam dire agli amici – Che la festa è finita?… – Al diavolo la tua sorte ! – Che il vento mi porti! – Addio foglie morte! Avventure – E problemi!

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