Per una prospettiva inattuale

di Luciano Arcella

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La qualifica di “inattuale” ha trovato un importante spazio filosofico attraverso l’opera di Nietzsche. Il termine si riferisce a un progetto di tredici opere accomunate dalla denominazione di Unzeitgemässe Betrachtungen, (Considerazioni inattuali), delle quali furono realizzate e pubblicate quattro. Al di là dei diversi argomenti trattati, quel che unisce questi lavori è appunto la qualifica comune di essere “unzeitgemässe”, vale a dire non a misura del tempo o non conformi al tempo. Le varie accezioni del concetto propongono sinonimi quali “altmodisch, antiquiert, gestrig, konservativ, reaktionär, rückschrittlich, unmodern, veraltet”, 1 qualificazioni che hanno la caratteristica comune di avere valenze negative rispetto alla presunta positività del presente e della modernità. Diversamente Nietzsche volle dare al termine “inattuale” una accezione positiva nel modo in cui criticava appunto il presente e la modernità, specificamente nel contesto della cultura tedesca.

A questo punto ci chiediamo qual possa essere per noi il valore attuale dell’inattualità e ancor prima il suo significato. Da ciò sorge un’ulteriore domanda, che riguarda la consistenza del presente. Tempo difficilmente calcolabile, come enunciato da Agostino, nella sua instabile collocazione tra un pesante passato e una più o meno estesa proiezione verso il futuro. Il passato può trovare una sorta di inizio parzialmente calcolabile; il futuro ci consegna alla non rappresentabilità, a meno che non si entri in ambito teologico e assimilandolo a Dio lo identifichiamo con il concetto indeterminabile di infinito. Di fatto comunque l’“attuale” nella sua determinazione concettuale, può esser comparato al punto geometrico: esiste ma non è quantificabile né misurabile, pur se da questo nasce l’intero sistema della geometria euclidea che, al di là della sua validità assoluta, risponde all’evidenza delle nostre rappresentazioni.

Traendo frutto dalla metafora, diciamo che per comprendere il dato puntuale del presente, si opera una continua azione di retroguardia e di avanguardia, di avanscoperta e di ricognizione, che si realizza in termini temporali come spaziali. Da un lato il passato, quello dell’essere umano, la storia, con i suoi eventi e valori, con i quali ogni presente si trova a dover confrontarsi nel momento in cui accetta o rifiuta quei valori; dall’altro il futuro, ossia il progetto del proprio essere, di maggiore o minore portata che sia, che comunque ne rafforza la coscienza. Nella prospettiva dei tradizionalisti esiste un sistema assoluto di valori in base al quale occorre orientare il presente; diversamente, per i modernisti si ha un cammino evolutivo sufficientemente lineare, che conduce al valore assoluto del presente sul quale orientare le scelte future. Per questi ultimi dunque l’attualità rappresenta il momento di una conquista, una sorta di riscatto dal passato, comunque negativo, dal momento che il presente è il frutto di un continuo superamento.2 E, salvo tenere in considerazione alcuni “pentimenti” antropologici rinchiusi nell’ambito del folclorico, le aree della democrazia vestono i panni dell’attualità e dei suoi valori. Da ciò nasce la scelta personale di mettere da parte il concetto di mondo occidentale per sostituirlo con espressioni come “aree democratiche” o “mondo democratico”, che trovano riscontro in una costruzione comune della storia, e coniugano l’elemento temporale con quello spaziale, col presupposto di una indiscutibile superiorità di ciò che è attuale e costituisce il nostro “paesaggio”.

Da parte nostra, pur dubitando della superiorità (intellettuale, morale, etc.) delle aree moderne, la condividiamo, dato che operiamo in questa realtà, ne traiamo vita e valori. Ma allo stesso tempo non possiamo ignorare il carattere puntuale e di fatto inconsistente del presente come del nostro particolar punto d’osservazione, e di conseguenza sentire la necessità di dargli sostanza attraverso ciò che è reale, ossia il passato come memoria ed esperienza e il futuro come progettualità. E di conseguenza misurare la nostra attualità attraverso una continua comparazione con ciò che siamo stati mediante un atteggiamento cognitivo più che valutativo, e su questa base ipotizzare quel che saremo. Chiaramente ogni conoscenza è valutazione ma, pur se presumiamo superiori i nostri valori attuali, una domanda fondamentale da porci è: “Perché eravamo diversi?”, “Perché a distanza di secoli ma anche di pochi anni siamo cambiati anche in maniera radicale?” Certamente, data la nostra accettazione del presente, siamo portati ad una valutazione superiore del nostro stato, ma ciò non può impedirci di capire che quel che abbiamo superato o semplicemente scartato è comunque costitutivo della complessità di un presente che, proprio per la sua labilità ci proietta immediatamente verso il futuro.

Se gli studi storici ci presentano una serie di “assurdità” operate da civiltà considerate superiori, sarebbe coerente sapere che il nostro presente, che presto sarà passato a sua volta, potrà tra non molto tempo mostrarci mostruosità che oggi ci sono occulte. I tremendi massacri, l’operare “disumano”, la violenza delle passioni religiose, le articolate declinazioni del dolore fisico,3 sono stadi almeno ufficialmente superati dal mondo democratico, ma non possiamo meravigliarci se sono presenti in altri mondi con le loro diverse storie e dislocazioni. Né possiamo essere certi che, superando quelle modalità “barbare” ci troviamo oggi dalla parte di una ragione universale che ci guiderà nel tempo a venire. Tuttavia pare che l’evoluzionismo hegeliano, noi del mondo democratico lo abbiamo nel sangue, e per esso siamo disposti a dimenticare il passato e quindi a credere che il futuro sarà alimentato esclusivamente dalle scelte dell’ultimo minuto, l’infinitesimale momento dell’attualità con la sua collocazione spaziale della cultura democratica.

Non credendo nel valore superiore della Tradizione, né per questo abbracciando acriticamente quelli della Modernità, penso che proprio la dialettica Tradizione – Modernità sia utile ad una comprensione dei valori attuali. In somma, si tratta di utilizzare un atteggiamento “inattuale” e spazialmente dislocato, ossia collocarsi anche in altre realtà, negli spazi non democratici del mondo, per comprendere il nostro particolare momento spazio-temporale e superare la presunzione di assolutezza che ci accompagna. Se rifiutiamo il valore metafisico della Tradizione, riteniamo sia corretto superare anche quello ugualmente metafisico della Democrazia o del Mondo Democratico, per comprendere l’insuperabile criticità del presente e il gioco aperto alle differenti e difficilmente prevedibili soluzioni del futuro.

Sul quale non potremo ottenere previsioni corrette se rimaniamo legati ai valori attuali e al preconcetto della loro assoluta superiorità, invece che, accertare la loro relativa consistenza, la coerente casualità degli eventi storici. Del resto anche l’elaborazione di una filosofia della storia che vedeva come protagonista quello che allora era il mondo europeo, e come principio quello di un progressismo dialettico illimitato, non si esime dall’essere creazione culturale di un periodo determinato. Sì che si è mostrata inadeguata a spiegare quel che tempi successivi evidenziavano, e che domani, data l’ulteriore complessità degli eventi umani, potrebbe apparire il lato comico della rassicurante rappresentazione del mondo.

Per una comprensione della nostra esistenza puntuale risulta pertanto essenziale la continua esperienza di una alterità temporale e spaziale in un ininterrotto cambio di prospettive: solo in tal modo potremo renderci conto che i nostri valori presuntuosamente universali potrebbero essere sviliti in un futuro imminente, e mostraci nelle nostre incongruenze così grotteschi da essere liquidati con quella che Nietzsche definì una “omerica risata”.

Luciano Arcella

  1. “fuori moda, antiquato, di ieri, conservare, reazionario, retrogrado, non moderno, obsoleto”
  2. Troviamo la matrice di questo evoluzionismo storico in Hegel e negli hegeliani, Marx in primis.
  3. Pensiamo ad esempio ai massacri compiuti nel corso delle Crociate, a torture subite da esseri umani oggi inimmaginabili per noi che viviamo in una società tendenzialmente anestetica.

 

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